Con deliberazione n°23 del 21/02/2025, avente come oggetto “Regolamento polizia urbana”, il Comune di Messina abroga il precedente regolamento, datato al 1933. Anche Messina si allinea così al maturato contesto politico, normativo e sociale che rende necessaria l’implementazioni di misure che, a ben guardarci, ricalcano quasi in tutto e per tutto la ratio del ddl sicurezza adesso al vaglio del Senato.
Si rende noto nel verbale del Consiglio Comunale che tale operazione è seguita anche alle esortazioni della Prefettura di Messina che, con due note indirizzate al Comune (95812 del 18/09/23 e 119806 del 17/11/23), esorta quest’ultimo ad adottare le misure necessarie per permettere al Questore di applicare le misure previste dal DACUR (Divieto di accesso alle aree urbane). Il DASPO urbano è definito dalla legge come “misura a tutela del decoro di particolari luoghi”: in pratica, un sindaco – con il prefetto – può multare e stabilire un divieto di accesso ad alcune aree della città. È di fatto un divieto di accesso indirizzato ad una singola persona in alcune zone su ordine del Questore. Si parla quindi di “zone rosse”, per indicare luoghi caldi della città dove si vieta di entrare ad alcune persone perché viste come un pericolo per la sicurezza pubblica.
Si tratta di un istituto nato negli ultimi anni ed introdotto per la prima volta con il decreto legge 14/17, il cosiddetto decreto Minniti. Poi, il decreto legge n° 113/18, denominato “sicurezza e immigrazione”, uno dei cosiddetti “decreti Salvini” è intervenuto con una parziale modifica della disciplina del Daspo Urbano (in particolare art. 21). Sono stati inclusi tra i luoghi ai quali allargare la tutela interdittiva anche i presidi sanitari e le aree destinate allo svolgimento di fiere, mercati, pubblici spettacoli oltre alle zone di particolare interesse turistico. In seguito è intervenuto anche il nuovo decreto sicurezza 2020 (d.l. n. 130/2020, convertito dalla l. n. 173/2020), che ha ulteriormente ampliato l’ambito di applicazione del Daspo urbano, prevedendo che i soggetti che sono stati condannati anche con sentenza non definitiva, negli ultimi tre anni, per reati di vendita o cessione di sostanze stupefacenti o psicotrope, non possono stare nelle immediate vicinanze di scuole, plessi scolastici, sedi universitarie, locali pubblici o aperti al pubblico o pubblici esercizi che si trovino nei luoghi in cui sono avvenuti i fatti per i quali è scattata la condanna penale: ai media è stato proclamato come “Daspo per i condannati”. Onore dell’allora ministro Lamorgese. Ancora, il decreto legge n. 123 del 15 settembre 2023, denominato “Decreto Caivano” e recante “Misure urgenti di contrasto al disagio giovanile, alla povertà educativa e alla criminalità minorile, nonché per la sicurezza dei minori in ambito digitale”, introduce l’applicabilità del daspo urbano a sogetti minorenni che non abbiano meno di quattordici anni.
Ormai decorsi i quindici giorni dalla pubblicazione nel gazzettino ufficiale il nuovo regolamento per la polizia urbana del Comune di Messina entra in forze. Tratta, nei suoi diversi titoli, di “decoro pubblico e vivibilità urbana”; “sicurezza urbana”; ed infine, di “polizia rurale”. Il nuovo regolamento, resosi “necessario” alla luce delle “evoluzioni normative, amministrative, sociali ed alle nuove esigenza di sicurezza urbana”, ha raccolto il parere positivo delle cariche di comando delle forze armate e dell’ordine locali.
Nei fatti i diversi articoli del provvedimento ricalcano in parte quanto già previsto dal decreto sicurezza proposto dal governo a guida Meloni ed ora al vaglio del Senato. Vengono ricalcate le soggettività criminalizzate e marginalizzate, individuate ancora una volta nelle persone costrette ai margini di questa società profondamente gerarchica ed escludente. Chi fa accattonaggio, chi imbastisce una bancarella per raccattare qualche decina di euri, la “manifesta prostituzione”, chi trafuga la spazzatura, chiunque sia considerabile come capace di “diminuire il decoro e la pulizia” urbana. Il nuovo regolamento si riferisce a spazi pubblici e spazi privati impiegati a pubblico scopo; si esortano bambini e bambine a non “molestare la quiete pubblica, non danneggiare l’arredo urbano e la vegetazione”. Si interdice la diffusione di “materiale pubblicitario” senza previa autorizzazione (ossia essere un’impresa regolarmente operante) e comunicazione delle operazioni di diffusione pubblicitaria alle autorità competenti, ossia la polizia municipale. Viene fatto dunque divieto assoluto di qualunque diffusione di contenuti cartacei che non avvenga nel quadro della pubblicità autorizzata. Per esempio montare un banchetto con del materiale informativo potrebbe divenire una fattispecie punita direttamente, oltre da quanto già previsto dai vari codici,dal regolamento in questione, concendendo un margine sempre maggiore di azione a varie forze di polizia. In tal caso, sembrerebbe più precisamente i corpi di polizia urbana. Si ricalcano le fattispecie previste, ancora, dal ddl sicurezza, anche per quanto rigurda “campeggio ed accampamento”, non si può dormire in strutture diverse da quelle tradizionalmente considerate ‘casa’ su tutto il suolo comunale; ossia, non hai una fissa dimora? Vai via da qui subito…oppure? diventa un corpo-profitto per qualche cooperativa della cura della persona! Ugualmente per quella che viene definita “prostituzione manifesta”. “Vietato lo stazionamento in modo scomposto e/o contrario al decoro (anche dormendo o consumando alimenti o bevande)”, punite anche “forme di accattonaggio molesto ed insistente”, altresì fatto divieto di “richiamare l’attenzione e la compassione”.
La lotta agli ultimi, la caccia alle streghe, la soppressione del disagio, l’oscuramento del margine. Non sono più gradite stonature all’armonia grigia di cemento e repressione. Contenitori per persone-capitale, per proggetti-capitale, per sopravivvenza-capitale; le città espellono tutti i corpi considerati estranei all’armonia del guadagno ad ogni costo. Tutti i “perdi giorno” non potranno più imbruttire l’idilliaca esistenza di città sempre più plastiche con la loro squallida dissonanza. La città alza le frontiere, quello che è ancora un disegno di legge trova diffuse applicazioni locali per mano di amministrazioni conniventi e prefetti perfetti.
Ma se fino a qui sembrerebbe trattarsi solo (sigh!) di operazioni di controllo, sicurezza e decoro urbano; se fino a qui sembra il progressivo adattamento al contesto normativo nazionale e, dunque poi, quello comunitario; se fino qui sembra il reiterarsi di qualcosa di già contenuto e manifestato altrove, tanto negli intenti normativi del legislatore quanto nelle dinamiche della società di capitale, il quadro si completa con l’articolo 20 della delibera del consiglio comunale messinese; infatti, elemento fondamentale di tale deliberazione, è l’individuare in maniera chiara delle zone particolarmente oggetto di controllo e repressione. Nominare delle aree della città dove l’applicazione del provvedimento del DACUR sia perfettamente leggitimato dall’accorata decisione della società tutta, per intercessione dei suoi onorevoli rappresentanti, ad operare una bonifica da tutti quei corpi considerati di troppo. All’articolo in questione vengono citate tutta una serie di aree che fanno rimando a quanto già contenuto nei differenti “decreti sicurezza” in successione come i governi che li hanno emanati; “infrastrutture fisse e mobili del pubblico trasporto”; “presidi sanitari pubblici e privati”; “scuole di ogni genere e grado sia pubbliche che private”; “sedi universitarie”; “pinacoteche”; “musei”; “luoghi turistici”; “siti archeologici”; “chiese e luoghi di culto”; “monumenti”; “edifici tutelati”; “aree di fiere e mercati”; “parcheggi inter-modali”. Inoltre, si individuano delle aree della città dove la sanzione prevista per le fattispecie elencate nel corso del regolamento concerne direttamente quella del c.d. daspo urbano. Ossia l’istituzione di vere e proprie “zone rosse” nella città di Messina. Più precisamente “l’area del centro urbano delimitata da: Viale Boccetta; Via XXIV Maggio; Via Tommaso Cannizzaro; Piazza Cairoli; Viale San Martino; Via Vittorio Emanuele II; l’area del Sacrario di Cristo Re e il belvedere; ed infine, l’area di Piazza Lo Sardo (Piazza del Popolo) e zone limitrofe.

Praticamente l’istituzione di tutta una mega area (il centro cittadino) dove provvedimenti del questore faranno di fatto da barriera per la libera usufruizione e passaggio di alcune individualità, segnalate come elementi di stono del decoro urbano. Sembrano affermare chiaramente che la musica è cambiata, torna la società degli sceriffi, quella che abbiamo già assaporato con i provvedimenti carcerieri della dichiarata pandemia dal 2019. Una società sempre più militarizzata, che stringe la propria morsa sui centri cittadini, acquisendo sempre più spazio di controllo maniacale sulla vita delle persone. Si tratta di applicazioni locali di quanto è in corso di approvazione su piano centrale e nazionale. Esercizi di controllo e repressione, si. Ma è anche vero che la collocazione di queste aree sembra configurare una zona cuscinetto che, per prima cosa diventa frontiera tra l’aerea nord e quella sud della città, due zone che saranno particolarmente interessate dai cantieri del progetto ponte; ma diventa anche frontiera tra l’abitato cittadino e l’affaccio al mare, più precisamente la zona della stazione e, dunque, la zona falcata, già zona militare e di mille speculazioni. Inoltre, in armonia con le leggi e i regolamenti cambia la morfologia della città, si costruiscono nuove frontiere che abbracciano o escludono aree diverse della città: il rifacimento della linea del tram, ad esempio, nell’area della stazione centrale subirà la modifica di percorso che vedrà sciogliersi questo abbraccio della piazza anti stante la stazione, che verrà invece collocata all’aldilà del passaggio della futura rinnovata linea tram; la disseminazione prepotente di telecamere ed infrastrutture di controllo su tutto il suolo cittadino; la costituzione di aree intermodali, per quanto non acora propriamente in funzione, ma comunque esistenti; la costituzione di “zone rosse” interdette a gente non gradita; la progressiva e promimentente militarizzazione delle strade della città. Tutti cambiamenti che oltre a svelare gli interessi predatori e, dunque la necessità di essere difesi dalle possibile deiezioni delle depredate, mettono sempre più in luce la quasi totale aderenza ad un clima di guerra effettivo. L’utilizzo di tecniche e tecnologie adoperate nel contesto di conflitti considerati troppo lontani permea completamente nelle città e nei luoghi che abitiamo.

tracciato della linea del tram “adesso” e “dopo” i lavori di rifacimento nell’area antistante la stazione centrale
Così che in città si moltiplicheranno le scene che abbiamo avuto modo di vedere lo scorso sabato 1 Marzo, in particolare quanto accaduto in serata nei pressi della Galleria Vittorio Emanuele. Quando squadroni di forze dell’ordine hanno fatto irruzione tra la movida messinese per mettere in scena lo squallido teatrino del controllo territoriale. Un’azione poliziesca che si cuce perfettamente a questo clima di caccia alle indesiderate, agli indesiderati.
Messina, come tanti altri luoghi, è teatro di questa guerra totale. Cosa possiamo fare noi? Come possiamo interfacciarci con questo conflitto completamente asimmetrico nel quale ci troviamo costrette? Seppur non esistono ricette pronte è vero che esistono diversi esempi di resistenze ed opposizioni quotidiane, di ogni momento. Esistono esistenze che mettono in ogni istante in questione lo status quo nelle quali sono recluse. Non è certamente più tempo di rimandi o di raggelanti cautele, la guerra è qui, ce l’abbiamo in casa.
INCONTRIAMOCI, INTESSIAMO I NOSTRI RESPIRI, AFFINIAMO IL NOSTRO ISTINTO, DIFENDIAMOCI.
PER LA LETTURA INTEGRALE DELLA DELIBERAN°52
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