Author Archives: Stretto libertariA

LOTTA QUEER

Riceviamo e diffondiamo le parole di alcunx compagnx maturate in occasione dello Stretto Pride, che ha attraversato la città di Messina ieri, giorno 7 giugno:


‘e se la natura scrivesse e leggesse, facesse politica e copulasse nei modi più perversi, anche distruttivi? E se, nella discontinuità, nell’apertura radicale, nella metamorfosi, differenziazione, promiscuità dei suoi processi la natura fosse già sempre perversa e queer’

“Animali si diventa”, di Federica Timeto).

Ieri ( 7.06) abbiamo attraversato il ‘pride dello Stretto’ con un’urgenza diversa, quella di riappropriarci di una giornata che nasce come atto di rivolta disorganizzata, lontana dalla strumentalizzazione da parte di comitati, lontana della logiche delle istituzioni e, soprattutto, come lotta contro ogni tipo di oppressione; ci siamo mossx per ricordare (e ricordarci) che il pride nasce come pratica di disobbedienza. Lo abbiamo fatto portando con noi degli scritti che nascono da rabbia, riflessioni, letture, confronti; convinte che ogni corpo che si espone, soprattutto nel clima politico costruito attorno al nuovo decreto sicurezza, è già di per se una minaccia ai dispositivi di potere, una crepa nell’ordine dominante. Non abbiamo bisogno di permessi per esistere, né di riconoscimenti per lottare. La lotta queer e transfemminista non è un capriccio di pochx, né una battaglia isolata dalle altre. La distruzione dell’etero-cis-patriarcato richiede la messa in atto di una resistenza che si sviluppi su più fronti, non è, quindi, una ‘tematica specifica’, indipendente da altre prassi di liberazione, perché viviamo in un sistema di oppressioni interagenti, capaci di sommarsi nelle vite delle persone. ‘per le strade ci ammazzano e ci prendono a pugni e noi dovremmo cristianamente porgere l’altra guancia? Denunciarli alle stesse guardie che vengono a menarci ai cortei? Non abbiamo bisogno di essere tutelatx dallo stato, ci tuteliamo noi. Bello essere così privilegiati da pensare che esista un abbassarsi alla loro stessa violenza’ (commento di unx compagnx in seguito all’aggressione transfobica subita a Roma da 3 donne).

Pensare di rispondere alla violenza omolesbobitransfobica affidandosi alla repressione punitiva di matrice statale presenta una serie di criticità. La prigione è una istituzione che riproduce e amplifica lo stesso machismo che, nella vita di tutti i giorni, opprime le persone queer. Il carcere è uno spazio chiuso all’interno del quale vige una forte disparità di potere tra la popolazione carceraria e le guardie che la sorvegliano, disciplinano, ‘che diventano padri, preti, educatori, che si arrogano il diritto di entrare nell’intimità, di spiare il dolore, la rabbia, il modo di vestire, di camminare, di parlare. Trovano normale dirti come e quando lavarti, quanto mangiare, quanto dormire’ (da: “Carte forbici sassi, sfide da e contro le prigioni e il patriarcato”).

Il carcere è, quindi, una istituzione intrinsecamente machista, sessista e radicata in una logica etero-cis-patriarcale, e dunque troviamo illogico pensare che un detenuto colpevole di omolesbobitransfobia possa uscire dalla prigione come una persona aperta a chi non è etero-cis normato. Come ci appare contraddittorio, anche se ovviamente ne riconosciamo la necessità e l’urgenza in una società che ci isola, chiedere protezione alle stesse autorità e istituzioni che per secoli ci hanno invisibilizzatx, torturatx e uccisx; invece, ci piacerebbe pensare ad una comunità LGBTQIA che scelga di aprirsi a relazioni politiche interpersonali basate su reti di tutela reciproca e di solidarietà mutualistica dal basso. Una comunità che non si affida alla tutela simbolica di ‘padre Stato’, perché lottare per un’istruzione inclusiva e aperta alla messa in discussione della norma affettiva e sessuale non significa soltanto rendere più vivibile l’esistenza di una ‘minoranza’ della popolazione, ma attentare alle basi di un intero sistema fatto di oppressx e di oppressori, un sistema etero-cis-patriarcale, dove ciò che sta fuori dalle proprie logiche deve esse cancellato, nascosto, bestializzato, patologizzato. Se continuiamo a pensarci solo ed unicamente come altri hanno finora voluto che ci pensassimo, e cioè come ‘diversità da celebrare’, rischiamo di sottovalutare la forza che riguarda la nostra condizione e ci perdiamo tutte le sfumature del nostro immaginario.

‘THE FIRST PRIDE WAS A RIOT’, ed è stato anche multirazziale, queer, HIV+, sexworker. Il primo pride ha iniziato una rivoluzione contro lo stato, è stato costantemente anti- oppressione, qualsiasi oppressione, perché la liberazione o è totale o non è. Stonewall non fu un’espressione organizzata, guidata da organizzazioni; fu una violenta e caotica esplosione di rabbia contro la polizia, responsabile di infliggere tanta sofferenza, e fu privo dell’approvazione e direzione di alcun gruppo.

Oggi non chiediamo Stati che beneficiano della nostra oppressione: non chiediamo che cambino le leggi, ma che venga distrutto tutto il sistema. Siamo stancx di vedere le colpe spostate dalle istituzioni ai singoli, trattati come casi isolati o patologizzandoli attraverso lo stigma del malato di mente’ (con lo scopo poi di lucrare attraverso le industrie farmaceutiche e strutture detentive come carceri e ospedali psichiatrici).

Le istituzioni sono parti integranti dell’oppressione, arrestano, criminalizzano, perseguitano, molestano, uccidono e ci costringono al margine della polis (in senso sia figurativo che fisico), dove il confine della polis è sempre stato il confine dell’umano. Rifiutiamo i tentativi del capitalismo di rubare e guadagnare dal nostro movimento, di capitalizzarlo, di vedere i nostri corpi marginalizzati e criminalizzati e le nostre istanze di liberazione cementificate sotto la pietra tombale della lobby sponsorizzante di turno. Perché si, ancora quest’anno leggiamo che tra i più grandi sponsor del pride è presente la Caronte e Tourist, i boss dei traghetti che controllano l’economia di questa città da decenni, riempendola di smog e morte; con i loro progetti economico infrastrutturali che tutto hanno a cuore meno che la vita stessa. Iniezioni letali di cemento e progresso imposto si adoperano nell’immobilizzare le nostre esistenze tutte. Rifiutiamo il sistema ciseteronormativo che attribuisce il nostro valore al nostro’inserimento’, piuttosto siamo qua per rompere il binario, per abbracciare le posizioni al margine, dissidenti.

La scelta non è docile accettazione di norme cis-etero violente a cui le soggettività queer non possono aderire. ‘L’insurrezione sboccia dal semplice esistere e dal rinnegare le norme di una società a cui si è soggiogatx.’

Il pride è anche tutt lx compagnx non umane con cui lottiamo accanto, sistematicamente sfruttatx, stuprate, uccisx, oggettificatx attraverso la riduzione a carne, frammentatx e consumatx. Mai consideratx soggetti ma solo strumenti, mezzi per ottenere un fine, sia esso economico o affettivo. Anche, e soprattutto, i corpi delle non umanx sono totalmente e pervasivamente controllati, tanto da trasformare la loro esistenza in una vera e propria ‘non-vita’, privandolx della libertà di esistere indipendentemente da noi dalla loro nascita, passando per l’infanzia, la riproduzione, la socialità l’alimentazione.

La necessità è di un radicale sovvertimento dell’architettura sociale che si fonda sullo smembramento produttivo dei corpi, non umani e umani, trasformandoli in capitale umano; sulla riproduzione eterosessuale che offre così risorse, umane e non, per affermarsi storicamente e continuare a riprodursi.

‘Mettendo in gioco i nostri corpi vulnerabili, mortali e macellabili, solidarizziamo con tuttx lx oppressx per realizzare una politica di opposizione e resistenza radicali allo smembramento istituzionalizzato’ (dalla prefazione di “Manifesto queer vegan”).

Anche oggi sentiamo l’urgenza di lasciare spazio ad una voce palestinese, queer, in lotta. Non per raccontarla ma per fare silenzio e ascoltarla. Le persone palestinesi non hanno bisogno di essere da noi narrate, non hanno bisogno di essere da noi salvate. La loro resistenza è quanto di più reale oggi e noi abbiamo scelto di fare da megafono per la loro voce; perché nessuna liberazione è possibile se non è collettiva e perché ogni alleanza reale passa per l’ascolto e dalla rinuncia ad ogni forma di protagonismo coloniale.


Frammenti di una lettera di un artista queer palestinese:

‘Sono Elias Wakeem, un artista, filmmaker, performer ed essere umano queer palestinese, nato sotto occupazione e cresciuto in un sistema che non ha mai voluto che vivessi liberamente, amassi apertamente o parlassi con verità. Non sono qui per intrattenervi. Sono qui per rompere le illusioni confortevoli che avete costruito mentre noi siamo sepolti sotto le macerie del vostro silenzio. Sono nato nella Palestina del ’48 – cioè, quella che voi chiamate ‘Israele’ – con un passaporto che non ho mai chiesto, circondato da recinzioni, posti di blocco e coloni che vivono con impunità, mentre la mia famiglia, sia biologica che scelta, guarda membri in Cisgiordania e Gaza venire affamati, torturati e assassinati. Lavoro a livello internazionale come artista performativo ed educatore, eppure ovunque io vada porto con me il peso dell’essere palestinese – dell’essere sorvegliato, interrogato, sospettato e cancellato. Uso l’arte drag come strumento di disobbedienza politica. Il mio alter ego, Madam Tayoush, incarna il glamour come mezzo di resistenza – e no, non una resistenza come i vostri hashtag ripuliti e rassicuranti. Intendo la resistenza come rifiuto dell’annientamento. Intendo la resistenza come una gioia che sputa in faccia al genocidio. La mia queerness non è separata dal mio essere palestinese. Non è una contraddizione. È lo stesso grido di vita in un mondo costruito sulla morte. Suggerire che l’essere queer e il sostegno alla Palestina siano in qualche modo incompatibili non è solo ignorante – è una grottesca perversione della verità. È il sintomo di un mondo profondamente malato e indottrinato, che ha imparato ad associare la ‘libertà’ solo alle bandiere coloniali che sventolano sopra i nostri cadaveri. Si chiama pinkwashing: una strategia propagandistica adottata dallo Stato israeliano per dipingersi come paradiso dei diritti Lgbtq+, mentre copre la sua apartheid, l’occupazione e il genocidio contro i palestinesi. Il pinkwashing è la cancellazione della vita queer palestinese e la celebrazione della violenza nel nome della ‘tolleranza’.Le persone queer palestinesi esistono. Ci organizziamo, amiamo, creiamo e resistiamo. E resistiamo non solo al patriarcato locale – che, come ovunque, esiste – ma anche alla sorveglianza, ai checkpoint, alle invasioni militari e agli attacchi mirati, perché siamo palestinesi. Vorrei aggiungere un’altra cosa. L’ironia è crudele: Gaza è sotto assedio totale. Bombardata ogni giorno. La gente è stata ridotta alla fame, intere famiglie cancellate dai registri civili, ospedali rasi al suolo con personale e pazienti all’interno. Come osate chiedermi se le persone queer siano perseguitate a Gaza, come se questa fosse la domanda rilevante in un momento di genocidio? Come osa qualcuno parlare di queerness come cartina al tornasole dell’umanità – e applicarla solo quando fa comodo all’impero? Ditemi: le persone trans non vengono forse uccise per strada a Roma? Marielle Franco non è stata forse assassinata in Brasile? Le donne trans nere non vengono forse braccate negli Stati Uniti? È solo a Gaza che le persone queer non sono al sicuro – o è solo lì che scegliete di preoccuparvene, quando serve alla vostra agenda di guerra? Che tipo di schema contorto e disumano guarda un popolo massacrato e dice: ‘Beh, ho sentito dire che non sono molto gentili con i queer, quindi forse se lo meritano’? Che tipo di libertà queer è questa? Se la queerness significa qualcosa – se parla davvero di liberazione, di famiglia scelta, di rottura dei sistemi di controllo – allora non può essere cooptata dall’apartheid. Se la queerness davvero significa qualcosa deve significare stare dalla parte delle oppresse, non di chi li bombarda in nome della libertà. Non vi sto chiedendo di prendere posizione – vi sto chiedendo di svegliarvi. Di vedere attraverso la propaganda. Di chiedervi: chi trae beneficio quando la queerness viene usata come giustificazione per un genocidio? Chi guadagna quando la nostra sofferenza viene riconosciuta solo selettivamente? Se la vostra queerness viene mobilitata solo quando è politicamente conveniente per l’impero, e non quando dei bambini vengono bruciati vivi nelle tende, allora forse non è queerness. Forse è solo codardia travestita da bandiera arcobaleno. Questa non è solo una lotta palestinese. È una lotta per ciò che significa essere umani. Sosteneteci, chiedete al vostro governo di interrompere il commercio di armi in Israele. Spingete per un boicottaggio culturale e accademico totale. Non usateci come simboli, non piangere lacrime arcobaleno mentre votate per governi che forniscono gli F16, non condividete la nostra arte se ignorate il nostro sangue’

THE PRIDE WILL BE RADICAL OR IT WON’T


PRESIDIO AL CPR DI TRAPANI-MILO 28 GIUGNO H.16.00

DIFFONDIAMO DA SICILIANOBORDER:


PRESIDIO AL CPR DI TRAPANI-MILO 28 GIUGNO H.16.00

Il CPR di Trapani è un luogo di detenzione amministrativa, dove lo Stato rinchiude in gabbia le persone che non hanno il giusto pezzo di carta, per poi tentare di deportarle.

Come tutti i CPR è un luogo dove il regime dello Stato e delle frontiere si perpetua tramite la violenza e la tortura. I CPR sono galere che restano in piedi grazie all’uso quotidiano di idranti, manganelli e psicofarmaci, e in cui lo stato fa di tutto per non fare uscire le voci dellx reclusx.

Perché provare a rompere l’isolamento sotto le mura del CPR di Trapani-Milo?

Le notizie che arrivano all’esterno sono di un luogo che tenta in ogni modo di sotterrare le voci che urlano rabbia e chiedono libertà.

Nel CPR di Milo i telefoni personali sono stati sequestrati anche quando ne erano state spaccate le fotocamere e spesso viene impedito anche di usare le cabine del centro. Lenzuola e biancheria sono fatte in modo che non possano esser usate per bruciare, e se lo fanno è per poco, o per impiccarsi – è anche così che lo stato prova ad affossare ogni forma di insubordinazione o determinazione.

Questo luogo è stato teatro di numerose rivolte. Nel marzo 2023 una ribellione aveva costretto, in seguito ad un rogo, alla riduzione dei posti a 40.

A Gennaio del 2024 invece lx reclusx hanno distrutto la struttura, rendendola inagibile per circa il 90% e determinandone la chiusura.

I CPR si chiudono col fuoco dellx reclusx, con la rabbia di chi da dentro urla vendetta e diventa scheggia che si scaglia contro il potere.

In seguito alla distruzione di maggior parte della struttura, e dopo gli ennesimi lavori di ristrutturazione e ammodernamento, il CPR di Milo è tornato ad essere agibile ad Ottobre del 2024, aumentando la capienza fino a 204 posti. Le persone recluse, che in un primo momento erano una 40ina, sono presto diventate più di cento. La vicinanza con l’aereoporto di Palermo, snodo a livello nazionale per le deportazioni in Tunisia ed in Egitto, ha così permesso di far riaccendere anche a Trapani i motori della macchina che uccide, tumula e deporta le persone migranti.

Sabato 28 Giugno ci ritroveremo sotto le mura di questa prigione, in solidarietà allx reclusx e contro lo Stato che rinchiude e tortura. Nella speranza che il CPR di Milo torni inagibile e mai più in funzione, nella speranza che sbarre massicce e muri altissimi per un giorno vengano abbattute dallx reclusx e dallx solidali.

Che questa solidarietà polverizzi anche per poco la distanza che vogliono frapporci, saremo lì, perché compagnx di chi si ribella.

Dove lo stato segna confini noi sogniamo orizzonti, complici e solidali con lx reclusx in lotta

Fuoco alle galere

Freedom, Hurryia, Libertà


link alla fonte: https://sicilianoborder.noblogs.org/post/2025/06/06/presidio-al-cpr-di-trapani-milo-28-giugno-h-16-00/


PRESIDIO DAVANTI AL CONSOLATO TUNISINO/ 11.06 ore 10.00- Piazza Ignazio Florio, 24 (Palermo)

Riceviamo e diffondiamo:

PRESIDIO DAVANTI AL CONSOLATO TUNISINO/ 11.06 ore 10.00- Piazza Ignazio Florio, 24 (Palermo).

Il consolato tunisino affronta con totale disinteresse la sorte delle persone scomparse e di chi è stato ucciso dal regime di frontiera. Non garantisce l’identificazione delle salme né nel loro rimpatrio. Le famiglie sono abbandonate, costrette a cercare da sole figli, fratelli, sorelle. Ogni corpo lasciato senza nome è un crimine in più. Eppure, quando si tratta di collaborare con le autorità italiane nella repressione dei vivi, l’azione è immediata: identificazioni rapide, per rinchiudere e deportare. Questa è l’unica collaborazione attiva: quella che permette e legittima la detenzione e la tortura nei CPR. È grazie agli accordi di rimpatrio Italia- Tunisia che tutto questo accade.

DAI CPR AI CENTRI DI DETENZIONE IN TUNISIA, LA FRONTIERA E UNA MACCHINA DI MORTE!!

Un sistema che reprime, tortura e uccide. Un sistema che vieta la libertà di movimento e normalizza la violenza istituzionale. Un sistema che si nutre di razzismo, di silenzi e complicità.

IL GOVERNO TUNISINO È CORRESPONSABILE!!

Reprime le persone migranti, in particolare quelle subsahariane, con violenza, arresti arbitrari e deportazioni nel deserto.


Le comunità migranti, le persone solidali, le voci che non accettano l’ingiustizia si ritrovano in piazza. Per dire che ogni vita conta. Ogni morte merita memoria. Ogni corpo ha il diritto di tornare a casa.


Chi combatte le ingiustizie si trova sempre in mezzo ai guai!

CATANIA

PALESTRA L.U.P.O. SABATO 7 GIUGNO (PIAZZA PIETRO LUPO, CATANIA)

Chi combatte le ingiustizie si trova sempre in mezzo ai guai!

Ore 18.00 PRESENTAZIONE DEL PRESIDIO AL CPR DI TRAPANI-MILO 28 GIUGNO H. 16.00

Ore 21.30 LIVE Long Hair In Three Stages (Noise Rock Post Punk); Stash Raiders (Roleplaying Psichedelic Pop Punk Adventure)


Assemblea/Presentazione del presidio contro i CPR del 28 giugno a Trapani Milo

In Sicilia ci sono due CPR (Centri Per il Rimpatrio), due lager dove lo stato tortura e uccide le persone migranti. Uno si trova a Caltanissetta a Pian del Lago e l’altro è situato a Trapani nella frazione di Milo. Dietro quelle alte grate gialle, decine di persone socializzate uomini sono rinchiuse, per usare le loro parole, come “in uno zoo”. Cibo avariato e pieno di psicofarmarci, isolamento totale ed esposizione continua all’arbitraria violenza di agenti, militari e carabinieri. Questi luoghi sono teatro di frequenti e numerose rivolte, scatenate da un sistema che tenta in ogni modo di sotterrare le voci che da dentro urlano rabbia e che chiedono vendetta. Infatti nel Gennaio del 2024 lx reclusx distruggono la struttura di Trapani Milo, rendendola inagibile per circa il 90% e determinandone la chiusura. Rompere l’isolamento di queste gabbie e stringerci allx reclusx è uno dei pochi mezzi di solidarietà rimasto a disposizione. Uno di quei mezzi che fanno paura allo Stato e ai suoi guardiani, da sempre impegnati a picchiare lx reclusx o a spaccargli i telefoni che servono per comunicare e/o denunciare abusi. Il 28 Giugno alle h.16.00 ci troveremo fuori dalle mura del CPR di Trapani per provare ad abbattere, anche solo per qualche ora, la distanza che ci divide, per urlare la nostra vicinanza allx migranti, per condividere l’odio e la rabbia verso la macchina della deportazione.

Affinché questa terra torni ad essere luogo di arrivi, anziché di partenze: freedom, hurryia, libertà!


“IL LORO GRIDO È LA MIA VOCE”- Poesia da Gaza

|MESSINA|

DOMENICA 18 MAGGIO| ORE 15:00| FORTE S. JACHIDDU (ME)| in “CONTRO LA CITTÀ CANTIERE”


“IL LORO GRIDO É LA MIA VOCE”- Poesia da Gaza

“SE DEVO MORIRE, TU DEVI VIVERE, PER RACCONTARE LA MIA STORIA”

Ancora. E ancora e ancora e ancora e ancora …

Altrimenti niente più ha senso…e mai più ne avrà…

Che le poesie, le parole prese dal testo a cui facciamo riferimento, da Gaza, vengano seminate, dette, urlate, agite per come possiamo, a questa nostra latitudine, con questi seppur goffi inadeguati mezzi e tentativi….che ciò che in Palestina si paga con la vita, voglia, debba diventare storia …”filo bianco ” tra loro e noi….

Che questa azione fatta di parole a cui noi possiamo e dobbiamo dare il fiato possa ripetersi ancora e ancora e ancora , passare di bocca in bocca , scalfire , fecondare…. Domenica e poi di nuovo e di nuovo..ancora ed ancora

FREE PALESTINE!


CONTINUIAMO A SCRIVERE AD ALFREDO!

Riceviamo e diffondiamo:

Ciao a tutt*: gli aggiornamenti che ci arrivano sulla situazione del compagno Alfredo Cospito descrivono un evidente inasprimento delle condizioni già di per sé aberranti della reclusione in 41-bis. Da alcuni mesi, Alfredo sta affrontando una progressiva limitazione nelle già esigue possibilità di vivibilità del regime detentivo a cui è stato assegnato dal 2022, tra cui il blocco praticamente totale della corrispondenza da/per l’esterno, l’impossibilità di accedere alla biblioteca interna (autorizzazione che Alfredo aveva avuto dalla Direzione), il blocco dei libri regolarmente acquistati in libreria tramite il carcere (come prevede il regime del 41-bis) e di altri beni, come farina o indumenti, di uso quotidiano. Tutto ciò avviene, guarda caso, in coincidenza con la condanna in primo grado per rivelazione di segreto d’ufficio del sottosegretario alla giustizia Delmastro (proprio per la vicenda delle intercettazioni ambientali, divulgate in Parlamento da Donzelli, delle conversazioni tra Alfredo e gli altri reclusi che all’epoca facevano parte del suo “gruppo di socialità”). Altre “coincidenze” che viene da pensare possano avere il loro peso in questa vicenda sono le dimissioni a fine del dicembre scorso del direttore del DAP, Giovanni Russo, che aveva testimoniato non proprio a favore di Delmastro nel processo a suo carico e, ancora guarda caso, il ritorno al comando della sezione 41-bis di Bancali del graduato dei GOM che era stato trasferito proprio per il suo coinvolgimento nella faccenda delle intercettazioni. Rilanciamo quindi l’appello che diffondemmo l’anno scorso in merito alla corrispondenza indirizzata ad Alfredo, come primo passo perché riacquisti incisività e costanza la mobilitazione per strappare Alfredo dall’isolamento e per continuare a lottare contro l’ergastolo e il 41-bis.

CONTINUIAMO A SCRIVERE AD ALFREDO!

È importantissimo continuare a scrivere al compagno Alfredo Cospito, tuttora in 41bis nel carcere di Bancali (Sassari). Il lavoro certosino (e spesso francamente incomprensibile e contraddittorio) dell’ufficio censura, insieme al pressapochismo tipico delle patrie galere e all’inaffidabilità delle poste italiane (strumento sempre più spesso appannaggio esclusivo delle comunicazioni galeotte), rende fortemente consigliato l’invio della corrispondenza attraverso sistemi tracciabili quali la raccomandata (anche senza ricevuta di ritorno) o la “Posta 1”. Il tagliando e il codice di tracciabilità permettono di conoscere lo stato della spedizione e intraprendere poi l’iter burocratico per cercare di sbloccare la corrispondenza, dato che gli agenti non sempre rendono noti i trattenimenti e la posta spesso semplicemente scompare. Invitiamo quindi tutti i solidali a scrivere e ad inviare scansione o foto dei tagliandi (o comunque dei codici di tracciabilità) alla Cassa Antirep delle Alpi Occidentali, che si incaricherà di raccoglierli e inviarli all’avvocato di Alfredo per fare i dovuti ricorsi e recuperare quante più lettere possibile. La solidarietà è un atto concreto, non lasceremo mai Alfredo da solo nelle mani dei boia di Stato: sommergiamolo di affetto anche attraverso lettere e cartoline!

L’indirizzo per scrivergli è: Alfredo Cospito C.C. “G.Bacchiddu” Strada Provinciale 56, n°4 Località Bancali 07100 Sassari

mentre per inviare le vostre ricevute: cassantirepalpi@autistici.org Contro tutte le galere!

Cassa AntiRep delle Alpi occidentali


VOGLIO UN MONDO SENZA CARCERE

VOGLIO UN MONDO SENZA CARCERE
Serata benefit contro tutte le galere, cassa anticarceraria vumsec.
3 Maggio Palestra Lupo, Catania.

H 18.00 Selecta Hip Hop
Giusè x Niero (PA)

H 20.00
Cena sociale

H 21.30 live hip hop
K19 Tribe (PA)
Giusè x Niero (PA)
Peppe Serpe x RBN Hood (CT)
Shili (ME)

Dj set Tekno
Mk-Bastard-Rat (PA)
Shili (ME)


“Adesso non si scherza più”

Riceviamo e diffondiamo:

Come un corteo di carnevale, con carro, maschere e coriandoli si trasforma in un attentato terroristico.

“Quel pessimo scherzo di Carnevale che indigna e offende Messina”;

“Cavernicoli e antisemiti”;

“La battaglia contro il Ponte utilizzata per far casino e aggredire i poliziotti”;

“Contro il progresso e a sostegno dei terroristi”.

Che il terreno fosse accidentato era facile da intuire, ma fossero le strade già spianate non servirebbe aprirne di nuove. Invece difficile era intuire che un corteo carnevalesco avrebbe provocato una canea mediatica talmente feroce da sfornare in poco tempo centinaia di articoli per attaccare un corteo di 300 persone.

“…mi chiedo in cosa la nostra società abbia sbagliato, nel produrre soggetti che, privi anche del minimo senso civico, colgono ogni occasione per offendere, aggredire, fare violenza…Che fine hanno fatto i valori che si insegnano nelle scuole?”

Vent’anni di controversie sul ponte hanno destato enorme attenzione negli ambienti siciliani del cemento e dal malaffare che sulla sua costruzione e i suoi indotti hanno solo da guadagnare, inoltre i rubinetti aperti del governo erogano già fondi per consulenze ed appalti che vanno difesi.

A discapito dei clichè, la prima voce ad alzarsi a protezione degli interessi di pochi non sono dei botti, ma la macchina del consenso. Ormai tramontata l’era dei media mainstream, l’informazione si snoda tra vari blog e social. Loro è il compito di alzare la tensione, loro è il compito di mettere in moto la macchina del fango. Ed è così che un paese impoverito culturalmente mostra il livello di miseria intellettuale in cui è ridotto, privo di bussole ed ideologie spolverato da una superficiale patina di democrazia liberale non può che dar luogo a discorsi pedagogici che assomigliano sempre di più a quelli da bar…

Farlo dove si concentra un interesse strategico nazionale funge da amplificatore, quindi se la presa di posizione di Salvini è ormai un obbligo del sabato sera, il coinvolgimento di Piantedosi dimostra, se ce ne fosse il bisogno, quanto i governi sprechino e dilapidino denaro pubblico per questioni che riguardano più l’immagine che le necessità. In questa ottica il Ponte è fondamentale, in special modo dopo il flop dei centri di detenzione per rifugiati dislocati in Albania.

In questo contesto si comprende che non si necessita di un serio delitto per scatenare il coro di disapprovazione dei media, ma basta vergare delle: “scritte di protesta sui muri di diversi edifici ….. Un atto che ha suscitato indignazione, svuotando di significato la legittima espressione di dissenso pacifico” per trasformare i manifestanti no ponte in una cellula di Al Qaeda. Per equiparare petardi ad ordigni, per vedere un assalto dove sta una coraggiosa difesa di un corteo con famiglie a seguito.

Al netto di cariche, inseguimenti, rastrellamenti, identificazioni e fermi sono una decina le posizioni da valutare nei confronti dei manifestanti, non molto per giustificare l’intervento diretto del ministro degli interni. Ma l’interesse sta tutto nel soffiare sul fuoco perché la trappola sia ultimata e la vittima bollita senza manco accorgersene. L’esca è lanciata e fulmineamente in modo coordinato alcune anime del movimento NoPonte praticano una cieca dissociazione che li porta a solidarizzare con gli aggressori (sembra un vizio ricorrente), a stigmatizzare le scelte altrui, fino ad alimentare la caccia all’uomo…

Ecco come per bieco e palese elitarismo e calcolo politico contingente, quanto poco lungimirante, si consegna l’intero paese ad un regime postdemocratico. Le vittime sono le persone reali, quelli che perderanno la casa, il paesaggio, il luogo del “cuore”, quel minimo di ecosistema che ci permette di sopravvivere, quelli avvelenati dai materiali di risulta, quelli che ne soffriranno per anni, quelli che perderanno il poco che ancora il mare dello strettto custodisce, quelli che soffrono per mancanza di ospedali, cure adeguate, scuole ed istruzione inclusive, quelli a cui mancano i mezzi di sussistenza, quelli che faticano per “arrivare a fine mese”, quelli che sono spinti alla marginalità, che sono costretti alla miseria e che vengono seppelliti tra le mura delle carceri, quelli che non hanno voce….Perché loro griderebbero con tutto il fiato che hanno in corpo, di sapere veramente cosa è la violenza e chi la subisce quotidianamente.

La violenza è ben altra cosa. La violenza è sequestrare qualcuno perché non ha un conto in banca o il colore della pelle “sbagliato”, la violenza è privare delle possibilità di una vita dignitosa, per poi privare della libertà chi non ha una vita dignitosa. La violenza è ospitare a scuola polizia e militari per insegnare ad accettare e rispettare la violenza del potere, la violenza è fare affari vendendo mezzi di morte per fare le guerre, la violenza è morire per uno stipendio da fame, la violenza è partecipare con parole, opere e mezzi allo sterminio di una intera popolazione.

“il rischio di mescolare pericolosamente ciò che va tenuto distinto. Una cosa è chi protesta secondo le regole della democrazia e della Costituzione, come il movimento no ponte ha sempre fatto. E altro chi s’inserisce in una battaglia politica per sputare il proprio veleno che ha in corpo. E attende il momento solo per creare il caos, godendo della reazione del potere.”

La solita solfa dei barbari venuti da lontano, della brutalità dei vandali, dell’amore per la violenza, come se chi manifesta non fosse cosciente che il rischio di perdere la libertà è sempre presente, del decoro prima dell’umanità, della fragilità in cui versa la democrazia minacciata dagli unici che la praticano quotidianamente, il solito trito e ritrito peloso distinguo tra buoni e cattivi. Una storia già sentita troppe volte se non fosse che ormai non corriamo alcun pericolo di cadere in un regime autoritario, perché ci scivoliamo lentamente quanto inesorabilmente e in modo concreto giorno dopo giorno. Così la domanda di maggior repressione chiesta a gran voce a destra e sinistra trova subito una corrispondenza in una fascistissima mozione del podestà di Messina che non aspettava altro…

“….ovviamente in coordinamento con la Questura, a far sì che in futuro si impedisca l’uso del suolo pubblico e sia negata l’autorizzazione per raduni, manifestazioni e cortei promossi da associazioni che abbiano già dimostrato di fomentare l’odio e incitare alla violenza, accogliendo tra le proprie fila facinorosi, personaggi violenti in stile black bloc, venuti anche da fuori, che hanno quale unico obiettivo quello di creare scontri con le forze dell’ordine o caricarle, imbrattare muri o minacciare di morte”

Oltre ovviamente ad invitare i sudditi alla partecipazione nella punizione esemplare:

“costituendosi parte civile nei procedimenti penali avviati nei confronti dei responsabili; a valutare la possibilità di richiedere il risarcimento dei danni subiti dalla città ai responsabili delle associazioni che hanno organizzato le manifestazioni poi sfociate in guerriglia urbana”.

Come gran finale l’ipocrita piagnucolio coccodrillesco della sinistra che formalmente raccoglie quello che ha seminato stando nel campo della destra; la subalternità totale al capitale e la sua totale inconsistenza politica. Archiviando con i fatti qualsiasi lotta che non sia pacifica testimonianza della protesta, stanno contribuendo a rendere un sistema sempre più ingiusto e catastrofico, inevitabile e immutabile a qualsiasi cambiamento dal basso. D’altronde cosa mai si è conquistato con la lotta? A parte praticamente ogni libertà? Sicuramente meglio una raccolta di firme, una class action, oppure perché no? Dotarsi del servizio d’ordine di Cicalone o chiedere al Gabibbo! Make Messina Great Again!

Solidarietà e complicità con i partecipanti al carnevale no ponte!

Smascheriamoli perché ADESSO NON SI SCHERZA PIU’!

Sempre con la popolazione palestinese e tutti gli sfruttati che si ribellano!


\\POLIZZI GENEROSA (PA\\ LA VIA CRUCIS DEL CARCERE- Ne parliamo con Charlie Barnao

Riceviamo e diffondiamo:

Con 88 suicidi nel 2024, e diverse centinaia di tentativi sventati, con la creazione di sempre nuovi reati e l’aggravio penale di quelli esistenti, con il sovraffollamento e il trattamento psicofarmacologico di massa, la funzione del carcere è di rieducare tutte/i alla legittimità della tortura degli indesiderati, dei prodotti difettosi di questa societa. Una funzione di tortura che, in tempi di mobilitazione bellica totale, non puo che aggravarsi.

VENERDI 18 APRILE, ORE 18:00, POLIZZI GENEROSA (PA)

ALAVÒ- laboratorio per l’autogestione


PALERMO// RIQUALIFICAZIONE SIGNIFICA SBIRRI NELLE STRADE GENTE IN GALERA E CPR\\ Sabato 19 Aprile

Riceviamo e diffondiamo:

Palermo è cambiata molto negli ultimi anni. Il turismo ha modificato completamente molte strade e interi quartieri. Gli interventi del comune negli anni hanno sia assecondato l’ondata turistica, sia favorito progetti di cosiddetta “riqualificazione”, cioè messa a valore di aree a fini speculativi, rendendole più attraenti per nuovi abitanti e frequentatori, più ricchi o comunque più decorosi e controllabili. Questi cambiamenti sono stati possibili solo grazie a un maggior controllo della popolazione, da parte degli sbirri e delle telecamere presenti ovunque. Una grossa mano è stata poi data dall’associazionismo, soprattutto di sinistra, che ha fornito la copertura ideologica e la manodopera per portare avanti buona parte dei progetti di “riqualificazione”. Ballarò è un buon esempio di questi cambiamenti, ma nel quartiere tali dinamiche non hanno totalmente preso il sopravvento. Le diverse “comunità” riescono ancora a mettere in campo forme di abitare e vivere il quartiere resistenti al controllo dello Stato. Recentemente il contrasto alla vendita di crack e le regolarizzazioni del mercato storico e di quello dell’usato sono state le occasioni per un rinnovato intervento statale, chiesto a gran voce dalle associazioni. Le conseguenze non sono tardate ad arrivare. Ballarò, l’Albergheria e le aree circostanti sono infestate giorno e notte da volanti e falchi in borghese. Negli ultimi mesi si sono succeduti numerosi fermi di polizia con arresti, trasferimenti in cpr e correlate violenze sbirresche. Nel frattempo il governo ha messo a punto nuove norme repressive, che prevedono numerosi nuovi reati e aumenti delle pene, insomma più carcere per sempre più persone. Il governo ha pure previsto l’apertura di nuovi cpr, centri per il rimpatrio, cioè luoghi dove rinchiudere le persone prive di permesso di soggiorno prima di deportarle. Queste misure, quindi carcere e cpr, andranno a colpire anche la gente di Ballarò, soprattutto chi sarà ritenuto un ostacolo ai cambiamenti in corso.

RIQUALIFICAZIONE SIGNIFICA SBIRRI NELLE STRADE, GENTE IN GALERA E CPR

È il momento, per chi non vuole lasciare tutto in mano a politicanti e sbirri, di prendere la parola e cercare i modi per auto-organizzarsi.