Category Archives: comunicati

AGGIORNAMENTO REGOLAMENTO DI POLIZIA URBANA. OSSIA L’ISTITUZIONE DELLE ZONE ROSSE A MESSINA


Con deliberazione n°23 del 21/02/2025, avente come oggetto “Regolamento polizia urbana”, il Comune di Messina abroga il precedente regolamento, datato al 1933. Anche Messina si allinea così al maturato contesto politico, normativo e sociale che rende necessaria l’implementazioni di misure che, a ben guardarci, ricalcano quasi in tutto e per tutto la ratio del ddl sicurezza adesso al vaglio del Senato. 

Si rende noto nel verbale del Consiglio Comunale che tale operazione è seguita anche alle esortazioni della Prefettura di Messina che, con due note indirizzate al Comune (95812 del 18/09/23 e 119806 del 17/11/23), esorta quest’ultimo ad adottare le misure necessarie per permettere al Questore di applicare le misure previste dal DACUR (Divieto di accesso alle aree urbane).  Il DASPO urbano è definito dalla legge come “misura a tutela del decoro di particolari luoghi”: in pratica, un sindaco – con il prefetto – può multare e stabilire un divieto di accesso ad alcune aree della città. È di fatto un divieto di accesso indirizzato ad una singola persona in alcune zone su ordine del Questore. Si parla quindi di “zone rosse”, per indicare luoghi caldi della città dove si vieta di entrare ad alcune persone perché viste come un pericolo per la sicurezza pubblica. 
Si tratta di un istituto nato negli ultimi anni ed introdotto per la prima volta con il decreto legge 14/17, il cosiddetto decreto Minniti. Poi, il decreto legge n° 113/18, denominato “sicurezza e immigrazione”, uno dei cosiddetti “decreti Salvini” è intervenuto con una parziale modifica della disciplina del Daspo Urbano (in particolare art. 21). Sono stati inclusi tra i luoghi ai quali allargare la tutela interdittiva anche i presidi sanitari e le aree destinate allo svolgimento di fiere, mercati, pubblici spettacoli oltre alle zone di particolare interesse turistico. In seguito è intervenuto anche il nuovo decreto sicurezza 2020 (d.l. n. 130/2020, convertito dalla l. n. 173/2020), che ha ulteriormente ampliato l’ambito di applicazione del Daspo urbano, prevedendo che i soggetti che sono stati condannati anche con sentenza non definitiva, negli ultimi tre anni, per reati di vendita o cessione di sostanze stupefacenti o psicotrope, non possono stare nelle immediate vicinanze di scuole, plessi scolastici, sedi universitarie, locali pubblici o aperti al pubblico o pubblici esercizi che si trovino nei luoghi in cui sono avvenuti i fatti per i quali è scattata la condanna penale: ai media è stato proclamato come “Daspo per i condannati”. Onore dell’allora ministro Lamorgese. Ancora, il decreto legge n. 123 del 15 settembre 2023, denominato “Decreto Caivano” e recante “Misure urgenti di contrasto al disagio giovanile, alla povertà educativa e alla criminalità minorile, nonché per la sicurezza dei minori in ambito digitale”, introduce  l’applicabilità del daspo urbano a sogetti minorenni che non abbiano meno di quattordici anni. 
Ormai decorsi i quindici giorni dalla pubblicazione nel gazzettino ufficiale il nuovo regolamento per la polizia urbana del Comune di Messina entra in forze. Tratta, nei suoi diversi titoli, di “decoro pubblico e vivibilità urbana”; “sicurezza urbana”; ed infine, di “polizia rurale”. Il nuovo regolamento, resosi “necessario” alla luce delle “evoluzioni normative, amministrative, sociali ed alle nuove esigenza di sicurezza urbana”, ha raccolto il parere positivo delle cariche di comando delle forze armate e dell’ordine locali. 
 
Nei fatti i diversi articoli del provvedimento ricalcano in parte quanto già previsto dal decreto sicurezza proposto dal governo a guida Meloni ed ora al vaglio del Senato. Vengono ricalcate le soggettività criminalizzate e marginalizzate, individuate ancora una volta nelle persone costrette ai margini di questa società profondamente gerarchica ed escludente. Chi fa accattonaggio, chi imbastisce una bancarella per raccattare qualche decina di euri, la “manifesta prostituzione”, chi trafuga la spazzatura, chiunque sia considerabile come capace di “diminuire il decoro e la pulizia” urbana. Il nuovo regolamento si riferisce a spazi pubblici e spazi privati impiegati a pubblico scopo; si esortano bambini e bambine a non “molestare la quiete pubblica, non danneggiare l’arredo urbano e la vegetazione”. Si interdice la diffusione di “materiale pubblicitario” senza previa autorizzazione (ossia essere un’impresa regolarmente operante) e comunicazione delle operazioni di diffusione pubblicitaria alle autorità competenti, ossia la polizia municipale. Viene fatto dunque divieto assoluto di qualunque diffusione di contenuti cartacei che non avvenga nel quadro della pubblicità autorizzata. Per esempio montare un banchetto con del materiale informativo potrebbe divenire una fattispecie punita direttamente, oltre da quanto già previsto dai vari codici,dal regolamento in questione, concendendo un margine sempre maggiore di azione a varie forze di polizia. In tal caso, sembrerebbe più precisamente i corpi di polizia urbana. Si ricalcano le fattispecie previste, ancora, dal ddl sicurezza, anche per quanto rigurda “campeggio ed accampamento”, non si può dormire in strutture diverse da quelle tradizionalmente considerate ‘casa’ su tutto il suolo comunale; ossia, non hai una fissa dimora? Vai via da qui subito…oppure? diventa un corpo-profitto per qualche cooperativa della cura della persona! Ugualmente per quella che viene definita “prostituzione manifesta”. “Vietato lo stazionamento in modo scomposto e/o contrario al decoro (anche dormendo o consumando alimenti o bevande)”, punite anche “forme di accattonaggio molesto ed insistente”, altresì fatto divieto di “richiamare l’attenzione e la compassione”. 
La lotta agli ultimi, la caccia alle streghe, la soppressione del disagio, l’oscuramento del margine. Non sono più gradite stonature all’armonia grigia di cemento e repressione. Contenitori per persone-capitale, per proggetti-capitale, per sopravivvenza-capitale; le città espellono tutti i corpi considerati estranei all’armonia del guadagno ad ogni costo. Tutti i “perdi giorno” non potranno più imbruttire l’idilliaca esistenza di città sempre più plastiche con la loro squallida dissonanza. La città alza le frontiere, quello che è ancora un disegno di legge trova diffuse applicazioni locali per mano di amministrazioni conniventi e prefetti perfetti. 
Ma se fino a qui sembrerebbe trattarsi solo (sigh!) di operazioni di controllo, sicurezza e decoro urbano; se fino a qui sembra il progressivo adattamento al contesto normativo nazionale e, dunque poi, quello comunitario; se fino qui sembra il reiterarsi di qualcosa di già contenuto e manifestato altrove, tanto negli intenti normativi del legislatore  quanto nelle dinamiche della società di capitale, il quadro si completa con l’articolo 20 della delibera del consiglio comunale messinese; infatti, elemento fondamentale di tale deliberazione, è l’individuare in maniera chiara delle zone particolarmente oggetto di controllo e repressione. Nominare delle aree della città dove l’applicazione del provvedimento del DACUR sia perfettamente leggitimato dall’accorata decisione della società tutta, per intercessione dei suoi onorevoli rappresentanti, ad operare una bonifica da tutti quei corpi considerati di troppo. All’articolo in questione vengono citate tutta una serie di aree che fanno rimando a quanto già contenuto nei differenti “decreti sicurezza” in successione come i governi che li hanno emanati; “infrastrutture fisse e mobili del pubblico trasporto”; “presidi sanitari pubblici e privati”; “scuole di ogni genere e grado sia pubbliche che private”; “sedi universitarie”; “pinacoteche”; “musei”; “luoghi turistici”; “siti archeologici”; “chiese e luoghi di culto”; “monumenti”; “edifici tutelati”; “aree di fiere e mercati”; “parcheggi inter-modali”. Inoltre, si individuano delle aree della città dove la sanzione prevista per le fattispecie elencate nel corso del regolamento concerne direttamente quella del c.d. daspo urbano. Ossia l’istituzione di vere e proprie “zone rosse” nella città di Messina. Più precisamente “l’area del centro urbano delimitata da: Viale Boccetta; Via XXIV Maggio; Via Tommaso Cannizzaro; Piazza Cairoli; Viale San Martino; Via Vittorio Emanuele II; l’area del Sacrario di Cristo Re e il belvedere; ed infine, l’area di Piazza Lo Sardo (Piazza del Popolo) e zone limitrofe. 


Praticamente l’istituzione di tutta una mega area (il centro cittadino) dove provvedimenti del questore faranno di fatto da barriera per la libera usufruizione e passaggio di alcune individualità, segnalate come elementi di stono del decoro urbano. Sembrano affermare chiaramente che la musica è cambiata, torna la società degli sceriffi, quella che abbiamo già assaporato con i provvedimenti carcerieri della dichiarata pandemia dal 2019. Una società sempre più militarizzata, che stringe la propria morsa sui centri cittadini, acquisendo sempre più spazio di controllo maniacale sulla vita delle persone. Si tratta di applicazioni locali di quanto è in corso di approvazione su piano centrale e nazionale. Esercizi di controllo e repressione, si. Ma è anche vero che la collocazione di queste aree sembra configurare una zona cuscinetto che, per prima cosa diventa frontiera tra l’aerea nord e quella sud della città, due zone che saranno particolarmente interessate dai cantieri del progetto ponte; ma diventa anche frontiera tra l’abitato cittadino e l’affaccio al mare, più precisamente la zona della stazione e, dunque, la zona falcata, già zona militare e di mille speculazioni. Inoltre, in armonia con le leggi e i regolamenti cambia la morfologia della città, si costruiscono nuove frontiere che abbracciano o escludono aree diverse della città: il rifacimento della linea del tram, ad esempio, nell’area della stazione centrale subirà la modifica di percorso che vedrà sciogliersi questo abbraccio della piazza anti stante la stazione, che verrà invece collocata all’aldilà del passaggio della futura rinnovata linea tram; la disseminazione prepotente di telecamere ed infrastrutture di controllo su tutto il suolo cittadino; la costituzione di aree intermodali, per quanto non acora propriamente in funzione, ma comunque esistenti; la costituzione di “zone rosse” interdette a gente non gradita; la progressiva e promimentente militarizzazione delle strade della città. Tutti cambiamenti che oltre a svelare gli interessi predatori e, dunque la necessità di essere difesi dalle possibile deiezioni delle depredate, mettono sempre più in luce la quasi totale aderenza ad un clima di guerra effettivo. L’utilizzo di tecniche e tecnologie adoperate nel contesto di conflitti considerati troppo lontani permea completamente nelle città e nei luoghi che abitiamo.

tracciato della linea del tram “adesso” e “dopo” i lavori di rifacimento nell’area antistante la stazione centrale


Così che in città si moltiplicheranno le scene che abbiamo avuto modo di vedere lo scorso sabato 1 Marzo, in particolare quanto accaduto in serata nei pressi della Galleria Vittorio Emanuele. Quando squadroni di forze dell’ordine hanno fatto irruzione tra la movida messinese per mettere in scena lo squallido teatrino del controllo territoriale. Un’azione poliziesca che si cuce perfettamente a questo clima di caccia alle indesiderate, agli indesiderati. 
Messina, come tanti altri luoghi, è teatro di questa guerra totale. Cosa possiamo fare noi? Come possiamo interfacciarci con questo conflitto completamente asimmetrico nel quale ci troviamo costrette? Seppur non esistono ricette pronte è vero che esistono diversi esempi di resistenze ed opposizioni quotidiane, di ogni momento. Esistono esistenze che mettono in ogni istante in questione lo status quo nelle quali sono recluse. Non è certamente più tempo di rimandi o di raggelanti cautele, la guerra è qui, ce l’abbiamo in casa. 

INCONTRIAMOCI, INTESSIAMO I NOSTRI RESPIRI, AFFINIAMO IL NOSTRO ISTINTO, DIFENDIAMOCI. 


PER LA LETTURA INTEGRALE DELLA DELIBERAN°52


CENTO GIORNI DELLA “Comissione 2024-2029”

“Prosperità-sicurezza-democrazia” è il mantra che guida un’Europa che si appresta a grandi rinnovamenti davanti ad un contesto globale profondamente mutato. Chiaramente non parliamo di eventi che avvengono all’improvviso; l’interesse per i nuovi mercati, come quello digitale o, più in generale, dell’intelligenza artificiale; un clima sempre più diffuso di guerra e di conflitto imminente; l’ossessione per lo stabilimento di una politica comune sulla migrazione etc. sono, tra gli altri, elementi che permeano la politica europea sin da sempre, considerandoli tutti declinazioni di ciò che più comunemente possiamo chiamare “mercato”. 
Proprio in occasione dei primi cento giorni della “Comissione 2024-2029” von der Layen si appresta ad un discorso ove, oltre confermare il già evidente, ossia un diffuso clima di guerra che permea sin dentro i confini già porosi del continente europeo, anticipa alcuni elementi della nuova bozza sui rimpatri che domani (11/03/25) verrà resa pubblica.
Ancora una volta la saldatura tra mondi apparentemente scollegati tra loro; migrazione, guerra, detenzione. La forza del mercato europeo, dice von der Layen, dipende dalla sicurezza, tanto dei confini quanto dei suoi due corrispettivi lati, il dentro ed il fuori. Infatti, “prosperità, sicurezza e democrazia” iniziano a casa”. E dunque, 800 miliardi al compartimento difesa, “REARM Europa”. Un’unione europea della difesa. E lo si fa coinvolgendo quanti più investitori privati possibili. La saldatura aggiunge ai suoi elementi il settore industriale, che sfrega le mani all’idea di costruire nuove carceri, nuovi centri di trattenimento per migranti, nuove armi… Così mentre si spiana sempre più la strada all’industria detentiva e della guerra più in generale, si prova ad armonizzare tra paesi membri (in termini anche di prepotenza macista) un sistema di gestione delle “rinnovate sfide” che il mondo nuovo pone a questo mostro geo-politico (*con ‘mostro’ si intende un’essere ibrido, costituito di diverse parti e particolarità). Infatti; novità? L’inaugurazione di un “Colleggio di Sicurezza” che avrà il compito di ricevere continui aggiornamenti in materia di sicurezza. “Dalla sicurezza esterna ed interna all’energia, difesa e ricerca. Dal cyber, al commercio, alle ingerenze esterne”.  
Ma il punto focale è “una proposta legale ambiziosa sui rimpatri”. Non vengono dati troppi dettagli, vengono annunciate regole condivise in tema di rimpatri ed un sistema condiviso che semplifichi l’espulsione di persone che permangono irregolarmente nel territorio europeo. Ma se l’attività di deportazione non è certo nuova alla civilissima Europa, che traghettava schiave e schiavi in giro per il mondo come sacchi di farina, si svela l’arcano; anni ed anni di sperimentazione ed implementazione di tecnologie del controllo alle frontiere permetteranno infatti di imporre divieti di ingresso per circa dieci anni per persone “irregolari” che si opporrano al rimpatrio. Ossia, l’applicazione coatta, coercitiva, determinerà per il soggetto cui viene imposta la misura del rimpatrio l’impossibilità di ingresso sul suolo europeo. Criminalizzando e sottoponendo ad illegalità forzata tutte quelle persone che, rimpatriate a causa del considerare sicuri i paesi di provenienza o inezie le individuali volontà/necessità di spostamento, si troverebbero costrette a ritentare la fuga. 
Lo sviluppo preponderante del mercato del controllo e della sorveglianza rendono necessarie in capo all’Unione misure per poter normare tale mercato, saldando questa necessità, dunque, a quella di un sempre maggiore controllo, interno ed esterno, in un clima di guerra diffusa. Mentre le frontiere si stringono, i controlli si inaspriscono, le pene aumentano per chi attraversa le frontiere “illegalmente”, si predispone il compartimento detentivo per quelle, invece, in attesa di essere rimpatriate. Tecniche di contenimento e di localizzazione forzata apprese in contesti bellici che vengono, adesso, applicate nei confini così detti interni, a testimonianza, ancora una volta, di come quella guerra che ci viene narrata a volte “lontana”, a volte “alle porte”, sia in realtà già, seppur con forme ed applicazioni peculiari e contestuali, presente sotto casa. Una delle tante conferme che il mondo auto-percepitosi civile è piombato in un conflitto totale ed evidente; qualcunx potrà dire che non è mai cessato di esistere un clima di guerra totale, poichè questo è parte relativa e genetica del sistema di capitale, ma non si potrà obiettare più di tanto se si afferma che è quanto meno svanita l’opacità con la quale il sistema-mondo poneva tutte le nostre quotidianità in guerra. E si badi bene a non confondere conflitto con guerra. 
Tecniche e tecnologie di controllo galoppano nel loro sviluppo ed implementazione al pari dei numeretti delle varie “piazze affari” del mondo. Ed in tutti questi interstizi del nuovo mondo dell’iper-connessione, della morte istantanea, la nuova forma del capitale si insinua, rafforzandosi attraverso tutte le sue varie infrastrutture; produttive, sociali, politiche, materiali etc. 
Altro elemento ‘spoiler’ del regolamento in questione, anche questa per niente una novità (sigh!), è il rafforzamento del sistema di esternalizzazione delle frontiere. Sembrerebbe infatti concepita la possibilità di spostare le persone verso cui è emessa un’ordinanza di rimpatrio verso paesi terzi con i quali siano stati siglati accordi in materia. Dunque, in tal caso, la si potrebbe considerare come un’istituzionalizzazione del sistema italiano dei CPR in territorio albanese (o ancor prima, seppur in un quadro normativo differente, i campi di reclusione libici- sotto il governo Renzi). Si parlerebbe infatti, di “hub di rimpatrio”. 
Tutto sotto l’attenta osservazione dei diritti umani e delle varie carte che li sanciscono…

PER SAPERNE DI PIÙ:


FONTI: 


DIECI POSIZIONI SUL CARNEVALE NO PONTE


“DIECI POSIZIONI SUL CARNEVALE NO PONTE”

Qui di seguito raccolti alcuni commenti trovati in giro scorrendo sui social network. Si riportano solidarietà nei confronti della manifestazione che ha attraversato Messina lo scorso sabato 1 marzo. A fronte di opinioni ciecamente critiche ampiamente rappresentate nel contesto del dibattito cittadino sembra opportuno, con i modesti mezzi ed infrastrutture attualmente a disposizione, provare a dare respiro a parole con toni e piani differenti. A fronte di un modo di fare notizia sempre più improntato alla riduzione semantica del pensiero di quattro passanti, letteralmente, qui di seguito un copia/incolla di dieci commenti incontrati sui social network relativi alla giornata di sabato 1 marzo.

L’auspicio è che lo strumento auto-critico non diventi un banale passe-partout per imporre ciechi giudizi, quanto un modo per approfondirci ed imparare a condividerci sempre di più.

Di seguito le posizioni incontrate:

1)“FOGLIA DELLO STESSO ALBERO

Per due anni ho ospitato un gatto, Simba. Gli piaceva stare in casa e crogiolarsi sul divano, ma quando voleva uscire iniziava a miagolare fino a quando non otteneva quello che voleva: la libertà di uscire, la libertà di scegliere cosa fare, di sentirsi animale, di sentirsi libero … la Libertà. Domenica scorsa ho pianto, non per lui, ma per Lei. Ho pianto perché ho sentito che questa Libertà giorno dopo giorno ci viene tolta, tra colpi di fucile, filo spinato, genocidi, confini, odio, separazioni, tecnologia: a cosa servono le ringhiere se mi impediscono di toccare il mare? A cosa servono i confini se quando gli oltrepasso mi spari? A cosa serve la democrazia un giorno ogni 5 anni? A cosa servono le telecamere in città se non vedo cosa chiede mi chiede il cuore? A cosa servono i giorni della memoria se poi ci dimentichiamo dei popoli che vengono sterminati oggi?!?! Tutte queste domande, queste immagini e più, hanno iniziato a sgorgare a fiumi, insieme alle lacrime, accompagnandomi tra pensieri e riflessioni il giorno seguente di quello che sarebbe stato un semplice corteo [noponte] di carnevale. Quando scendo in piazza è difficile che lo faccia solo per un motivo, solo per manifestare il mio dissenso verso un’arma, ma lo faccio anche (e soprattutto) per manifestare contrarietà verso tutto l’arsenale cui quell’arma appartiene. Quando scendo in piazza per mostrarmi favorevole verso quella causa, lo faccio anche per portare sostegno a tutto il resto. Lo faccio per difendere quella Libertà. Sabato scorso come altre volte sono stato in piazza, ma quel pomeriggio non è stato come gli altri. Quel pomeriggio ho prese tante manganellate.Non sono stato l’unico a prenderle, da una parte e dall’altra ce le siamo date. Anche se una parte era nettamente più equipaggiata con scudi, caschi, paratibie, stivaloni, occhiali, microfoni, paraorecchie e manganacci. Ma la violenza (carnevalesca) alla base di questo litigio era quella di un astio che viene perpetrato e alimentato da decenni (se non secoli). C’era rabbia, ma non era la rabbia esplosa per qualche petardo, era una rabbia di irrisolti e incompresi verso coloro che disobbediscono alle regole imposte da altri, quando tu nato col caschetto sei costretto e obbligato a calare la testa. Noi invece eravamo in piazza col cuore! Non siamo di certo pagati e se ci va bene non ci arriva la denuncia. La denuncia per aver manifestato in modo concitato tutti i violenti soprusi che la nostra Libertà, in silenzio, subisce. Quel pomeriggio mi ha scosso, e nonostante i lividi stiano quasi scomparendo, quello che ha smosso dentro si sta ancora assestando verso una nuova forma di equilibrio. La paura non sarà più la stessa. La mia decisione nel portare avanti quelli che sono i miei ideali, soprattutto se caricati e manganellati, sarà ancora più ferma e decisa. Sabato i mascherati coi manganelli e i manifestanti armati di stelle filanti e bom(bol)ette erano relativamente pochi, ma potrebbero essere molti di più, e ben più armati. Spero solo che i grandi se ne accorgano e che la smettano di assecondare questo PNM piano nazionale mafioso (perché alla base ci sta il ricatto). Perché lo Stretto non ha bisogno delponte.

̴ Fiero di sentirmi una foglia facente parte dello stesso Albero della Libertà ̴”;


2) “Tuttu stu buddellu per 2 scritte sui muri aggiunte alle migliaia già presenti (tra le quali anche chiari simboli neofascisti, che a quanto pare non vi danno fastidio.) Vi scandalizzate per la scritta “più preti morti” e non per l’arresto di un prete messinese accusato di stupro (ex responsabile di cristo re, luogo considerato tra i più importanti di Messina.) lo brucerei 1000 Monna Lisa al giorno pur di avere un mondo più sano. Pensate al decoro urbano, ma della Natura ve ne strafottete altamente. Gliela ghiavate nel culo ai vostri fratelli e alle vostre sorelle, ma poi vi fate il segno della croce e dormite sonni tranquilli. Ah tagghiatibbi ‘a facci, piddavera… Perché non vi incazzate così tanto con i migliaia di concittadini che ghiavano quotidianamente munnizza per terra??? Viviamo nella ‘munnizza da sempre, siete ‘munnizza da sempre. Imparate a rispettare la Natura, poi ci pensiamo ai palazzi e alle chiese. Col ragionamento di molti fra non molti decenni ci ritroveremo/si ritroveranno un pianeta morto ma senza scritte sui muri. L’apparenza e la superficialità a cui vi legate sono le vostre peggiori nemiche.”;


3) “[Messina] Durante lavori finalizzati al raddoppio della linea ferroviaria Messina-Catania-Palermo sono emersi materiali con elevate concentrazioni di arsenico, contenute naturalmente nei monti Peloritani,che a causa dell’inadeguata copertura dei vasconi di stoccaggio da parte della società competente del cantiere sono poi confluiti, complici le piogge, all’interno del suolo e delle falde acquifere sottostanti. Le stesse che portano acqua nelle case circostanti. Preferite fare girare le foto di quattro scritte sui muri o di questo scempio? Rispondete e, in caso, fate girare.”;

-Foto aerea del deposito di Contesse. Qui i materiali estratti dalle montagne nel contesto dei cantieri del raddoppio ferroviario Giampilieri-Fiumefreddo. Materiale che risulterebbe altamente contaminato da arsenico.-


4) “Sto pensando che il cosiddetto coordinamento no ponte ha qualche problema d ‘identitá. In questi ultimi due giorni sta coordinando la solidarietà alle forze dell’ordine e l’attacco ad una parte del movimento”.;


5) “All’indomani del carnevale no ponte, l’attenzione ossessiva per la “facciata” stride con un contesto di spopolamento, crisi economica, avvelenamento, non solo metaforico, della terra dello stretto. Messina si svuota quotidianamente, gli edifici rimangono inutilizzati, i quartieri intossicati dall’arsenico, le infrastrutture pubbliche smantellate o privatizzate, eppure il dibattito pubblico sembra ruotare sulla necessità di preservare un’idea estetizzante di ordine urbano. Questa ossessione per la facciata appare come una mistificazione, uno strumento di distrazione. Allora, forse, piuttosto che osservare la scenografia vuota, siamo chiamate a volgere lo sguardo e a costruire luoghi di relazione, esperienza, incontro e, oggi più che mai, anche di conflitto.”;


6) “Sapete che c’è? Che sono arrivato alla fine del corteo contrariato perché non mi sono piaciute una buona parte delle scritte sui muri e perché questo ha rovinato il clima allegro e dissacrante che c’era in una proposta nuova, ma adesso me li avete fatti diventare simpatici con tutto questo perbenismo. A chi parlo? Parlo a quelle parti della società critica che si sono accodate a una versione convenzionale di quanto accaduto. E sapete pure che c’è? Che tutto questo non ha neanche a che fare col no ponte. Ha a che fare con la paura di essere additati dalla parte del torto in un tempo che vede una svolta reazionaria che mette in discussione anche le forme più consuete dell’agibilità democratica delle piazze. La violenza? Ma andatevi a vedere i video. C’è tutto in rete ormai. Nel 68 tanto celebrato quella manifestazione sarebbe stata considerata pacifica e nonviolenta. Ma il 68 è di più di 50 anni fa e voi vivete oggi, al tempo di Trump e di Elon Musk.”;


7) “Comunque la città di Messina e’ ridotta a una latrina da secoli di colonialismo e mala politica ! Quindi un paio di scritte peraltro in istituzioni clericali piuttosto discutibili, ( nulla togliere allo spirito genuino dei credenti)in cui la clausura non è stata spesso una scelta libera, di certo non peggioreranno le cose. Perciò scaldatevi tutt di meno e iniziate a combattere di più in prima persona per decorare i vostri ambienti, in primis evitando di votare certa merda ! Poi chiaro sull’ autoreferenzialita, lo spirito adolescenziale e tante altre cose che accompagnano da 20 anni le stesse identiche pratiche se ne può discutere infinitamente e in altre sedi.Ma parliamoci chiaro, a me che il culo sia tremato a un paio di divise che han sempre fatto soprusi nella nostra città ricattando a destra e a manca non può che fare piacere. E ancora più piacere mi fa il fatto che qualche massone si sente sfidato nel proprio status quo che credeva eterno! Quindi io guarderei positivamente a quanto accaduto sabato a Messina, e lotterei affinché più pratiche estremamente diverse tra loro possono coesistere piuttosto che imbattersi in divisioni ridicole tra violenti e non violenti ! Per farlo ovviamente occorre umiltà e ascolta da parte di ogni componente e la forte volontà di rompere dannati isolazionismi. Altra cosa, semmai partissero i lavori per questa grande opera, mettetevi il cuore in pace, che militarizzeranno il territorio il triplo, e non sempre sarà possibile essere pacifici, choosey e non violenti . Inclusivi, aperti alla partecipazione sempre, ma resa e proni solo alle pratiche pacifiste anche no! E questo punto bisognerebbe davvero accettarlo una volta per tutte! Buona giornata e che sia l inizio di tanti buoni propositi!

Carnevale messinese=capodanno col botto! ❤️✨🇵🇸💛❤️”;


8) “Tra le critiche e le prese di distanza più accorate dai fatti del carnevale no ponte un’ampia fetta di interventi ruota attorno alle facciate deturpate dalle vandaliche bombolette spray. Si invoca- con il grassetto maiuscolo – il rispetto per palazzi, scuole e monumenti, in nome di un sinistro decoro pubblico. Eppure il concetto di decoro urbano è a tutti gli effetti un dispositivo di controllo sociale, uno strumento flessibile e adattabile alle esigenze delle politiche repressive e neoliberali. Il suo utilizzo politico va letto nel quadro delle strategie di disciplinamento degli spazi urbani e delle forme di esclusione sociale che si manifestano a tutte le latitudini attraverso processi di gentrificazione, turistificazione ed espulsione delle classi povere. Guardando allo scenario nazionale degli ultimi anni il richiamo al decoro urbano è stato utilizzato per giustificare le politiche securitarie che hanno colpito senza fissa dimora, migranti, venditori ambulanti e tutte le soggettività presentate come elementi di disturbo nella costruzione di una città “presentabile”. Una città funzionale al consumo, all’investimento immobiliare e alla valorizzazione degli spazi secondo una logica di accumulazione per espropriazione. Le ordinanze comunali che vietavano di bivaccare nelle piazze, la rimozione delle panchine per impedire la sosta, l’espulsione di intere comunità dai centri storici sono esempi concreti di come il decoro è stato trasformato in uno strumento per ridefinire l’uso legittimo delle città. Attorno al decoro urbano riemerge la centralità della dimensione di classe e del conflitto tra chi ha da perdere i proprio privilegi e chi rischia la stessa sopravvivenza. All’indomani del carnevale no ponte, l’attenzione ossessiva per la “facciata” stride con un contesto di spopolamento, crisi economica, avvelenamento, non solo metaforico, della terra dello stretto. Messina si svuota quotidianamente, gli edifici rimangono inutilizzati, i quartieri intossicati dall’arsenico, le infrastrutture pubbliche smantellate o privatizzate, eppure il dibattito pubblico sembra ruotare sulla necessità di preservare un’idea estetizzante di ordine urbano.Questa ossessione per la facciata appare come una mistificazione, uno strumento di distrazione. Allora, forse, piuttosto che osservare la scenografia vuota, siamo chiamate a volgere lo sguardo e a costruire luoghi di relazione, esperienza, incontro e, oggi più che mai, anche di conflitto.”;


9)” […] Il corteo di sabato pomeriggio, per quanto mi riguarda, è stata un’importante giornata di lotta e anche un utilissimo sasso nello stagno. Dalle reazioni suscitate, infatti, si può capire molto – a cerchi concentrici – del paesaggio sociale in cui viviamo immersi. Mi scorre in petto un fiume in piena di emozioni, e sento il desiderio non tanto di arginarle quanto di farle traboccare – anche tramite le parole. In questi giorni ho letto moltissimo e taciuto altrettanto, ma è arrivato per me il momento di non trattenere dentro ed esternare almeno una parte di quel che penso e sento. Alle tristi certezze di chi ha diffuso i comunicati di dissociazione qualche ora prima che la polizia inscenasse una caccia all’uomo fin dentro la galleria Vittorio Emanuele, mi sento di opporre la felicità per non essere così meschino, qualche domanda non solo retorica, e qualche inoppugnabile dato di fatto che possa ingolfare il dilagare delle menzogne. Tanto il sindacato giovanile della cgil quanto esponenti politici di partiti che per fortuna non fanno parte di alcun movimento reale, infatti, hanno deliberatamente scelto di oscurare la limpidezza di un percorso collettivo che in due mesi si è via via infittito di numerosissime assemblee pubbliche, da torre faro a contesse, da piazza del popolo a piazza casa pia. Ognuna seguita da pranzi condivisi e passeggiate esplorative dei luoghi che i cantieri del ponte devasteranno definitivamente a meno di non inciampare in una molteplice e determinata opposizione conflittuale. (Alcuni di questi luoghi, tocca evidentemente ribadirlo a chi preferisce contestare e tentare senza riuscirci di impallinare l’eventuale inefficacia altrui pur di non guardare mai allo specchio la propria, sono già stati avvelenati dai lavori per il raddoppio ferroviario eseguiti da webuild con lo stesso metodo con cui ha costruito dighe e grandi opere in mezzo mondo: ossia pensando solo ai propri profitti e facendo strame delle comunità locali) E, in tutti questi appuntamenti collettivi, nessuna e nessuno che si sia in quei momenti presentat* è stat* mai allontanat* come indesiderabile. Che si dica dunque che si è deciso di tenere fuori alcune energie, alcune sensibilità, alcuni comitati, è totalmente e incontrovertibilmente falso. […] Come ho letto in qualche commento più lucido, quando saremo invasi dalle ruspe non è detto che basteranno interrogazioni (euro)parlamentari, ricorsi ai giudici, e accorati appelli alla costituzione più bella del mondo. La quale, ricordo en passant agli smemorati, non ha impedito che l’Italia pur ripudiando formalmente la guerra prendesse parte ai bombardamenti su Belgrado e alla guerra in Afghanistan e in Iraq – è bastato, Orwell docet, chiamarle missioni di pace. Così come il genocidio a Gaza è per il Partito Democratico un modo tutto sommato digeribile di proteggere la popolazione israeliana e combattere l’antisemitismo (e qui, a fronte di tanta schifosa manipolazione, ad ognun* le sue reazioni..). E che dire del reato di clandestinità? Forse che la costituzione haimpedito la strage di Cutro e tutte le altre di migranti in mare? O il trattamento che viene riservato loro all’interno dei cpr? […] Su questa questione delle scritte ho letto davvero un profluvio di esternazioni, e vorrei dire sinteticamente la mia. Intanto relativamente alla certezza che taluni esprimono senza riserva alcuna che trattasi di una modalità comunicativa che nessuno -tranne i teppisti che le fanno- può apprezzare. Ebbene la città è piena di scritte sui muri, e coloro che oggi inaugurano in favore di telecamera panchine rosse contro i femminicidi non hanno smosso un dito per cancellare dalle vie del centro, sulla facciata del municipio, una scritta durata più di 10 anni che diceva ‘o ti amo o ti ammazzo’. Quindi registro la corrente alternata dello sdegno e cerco di andare oltre, domandando sinceramente: sì, ci sarà pure una ideologia, forse prevalente, di decoro piccolo-borghese che intride le coscienze, e capisco il punto posto da chi mi chiede arrabbiato: ma non ve ne frega niente di trovare nuovi complici, invece di fare incazzare a destra e manca? Ma mi viene istintivamente di replicare che in questo modo di pensare vedo del tutto obliterata la sensibilità e l’attitudine di tutte e tutti coloro che per comunicare scelgono quella modalità espressiva. […] A Genova, venticinque anni fa, c’era chi aveva le mani dipinte di bianco per testimoniare la propria attitudine nonviolenta – e le ha viste tingersi di rosso per il sangue fatto versare dai tutori dell’ordine. Chiunque pensi che quel sangue è scorso per colpa dei black block, mi ricorda coloro che attribuiscono ai partigiani la responsabilità dell’eccidio delle fosse ardeatine. […]”;


10) “Premesso che non sapevo della manifestazione e che in ogni caso non sarei potuto essere presente perché impegnato con lo spettacolo alla Laudamo, a fine spettacolo come di consueto per gli attori ci si è recati a cena in pizzeria e in particolare al tavolo esterno de “Gli antenati”, notoriamente nei pressi di piazza Antonello. Nell’attesa dell’arrivo del cibo apro il telefono e mi accorgo delle scritte sui muri pubblicate in vari post facebook. Devo essere sincero, la mia prima reazione è stata “nooo, che cosa è successo!” (Notando con sconforto che erano stati imbrattati muri di opere storiche, e pensando istantaneamente al grandissimo assist d’oro che avevamo fatto alla destra e ai proponte con questo strafalcione). Poco dopo, passa accanto al tavolo il gruppo di ragazz* del corteo, colorati e pacifici, che si dirigevano verso piazza Antonello facendo una calma e spensierata passeggiata (erano infatti circa le 22:30 e la manifestazione era terminata). Dopo pochi minuti salto in aria udendo e vedendo sfrecciare la camionetta della polizia verso piazza Antonello e a quel punto penso “ma se la manifestazione è finita a chi stanno inseguendo?” (e già questo mio pensiero è molto contaminato dal sistema in cui viviamo in quanto il mio cervello crede automaticamente che la polizia stia inseguendo dei manifestanti, il che non dovrebbe esistere né in cielo né in terra, eccetto i casi in cui i manifesti non si siano trasformati in pericolosi criminali). Poco dopo sempre su facebook vedo le dichiarazioni di dissociazione dei vari movimenti rispetto agli atti vandalici e contemporaneamente cominciano ad apparirmi video di scontri con la polizia e in particolare uno che ha testimoniato anche il pre-scontro: il corteo stava scendendo per Boccetta da via 24 maggio, e si è trovato uno schieramento di forze a blindare lestrade adiacenti in assetto antisommossa, alcuni manifestanti hanno cominciato a tirare delle “bombette” (da quanto vedo “innocue”) verso la polizia che era più che corazzata e gridavano insulti (mi domando, la polizia dovrebbe scortare il corteo per difenderlo da eventuali attacchi di oppositori, come mai era schierata in antagonismo al corteo? Il ché evidentemente ha generato astio dalla parte dei manifestanti). I manifestanti e la polizia erano tuttavia distanti abbastanza, c’era l’intera carreggiata del Boccetta a separarli e questo mi ha fatto pensare che sarebbe finita lì e che dopo lo sfogo verso le forze dell’ordine il corteo avrebbe continuato a scendere. Ad un tratto, invece, due poliziotti in borghese con il casco d’ordinanza partono all’impazzata brandendo il manganello e corrono verso i manifestanti per dargliele di santa ragione, a quel punto tutto lo schieramento a testuggine della polizia è costretto a seguire i due eroi per dare manforte. Dopo due colpi a destra e a manca i due schieramenti si fermano e tutto finisce lì quando un ragazzo invita a riprendere a camminare per il Boccetta. Premesso che io non avrei attaccato con insulti e bombette le forze dell’ordine, bisogna però sottolineare che i poliziotti superano un concorso con tanto di visite e contro visite psicologiche psichiatriche psicoattitudinali ecc e che seguono un corso di addestramento di mesi e mesi prima di entrare in servizio e continuano a essere formati anche durante tutta la carriera per non essere persone comuni in balia delle emozioni e degli istinti ma per avere un autocontrollo fuori dal comune e degno dell’istituzione quale sono, soprattutto perché armati. Alla luce di questa considerazione io credo proprio che se la polizia saggiamente e professionalmente non avesse reagito, il corteo avrebbe ripreso a scendere per Boccetta e non sarebbe accaduto niente. Detto questo io non ho voluto fare nessun post di dissociazione dagli atti vandalici (anche se io non li avrei praticati) perché sinceramente credo sia più grave l’inferno di mondo in cui viviamo col cemento, l’inquinamento, rispetto a delle pareti rimediabilmente scritte (d’altronde è una pratica atavica dell’uomo scrivere o disegnare sulle pareti, molto più sana rispetto alle pratiche tipiche della società industriale che ha disunito sí l’uomo dal suo vero essere). Per concludere il mio pensiero, direi comunque di vedersi per parlare senza additare di inadeguatezza nessuna parte dei movimenti no ponte in quanto tutti noi siamo atti a tale battaglia ognuno con la sua modalità di lotta secondo propria coscienza. E che nessuno si investa della carica di guida, o che detti le regole entro cui manifestare sia buono o cattivo, perché sarà l’impedire la costruzione del ponte ad essere solo e unico discrimine tra buono e cattivo. Ti abbraccio, car* compagn* che eri in strada… “sempre e per sempre dalla stessa parte mi troverai”;




*i commenti sono riportati letteralmente come incontrati sulle varie pagine social, alcuni sono stati accorciati solo per questioni di lunghezza, con la coscienza che forse se ne sarebbe potuto alterare il contenuto;  che non ne vogliano le persone autrici di questi commenti.  (:
Di certo a tuttx loro, come anche a tante altre persone che non rientrano in questo campione per cosi dire, chi scrive si sente di mandare loro un caloroso sguardo di complicità oltre che un piccolo palpito di cuore.

*Un pensiero sempre va a chi lotta contro ogni gabbia, individuale o collettiva che sia. Ad ogni complice respiro. Ad ogni evasione. Ad ogni fanciullezza che brilla, a prescindere dall’anagrafica.


FUORI DAI RIFLETTORI – Un’altra cronaca del Carnevale NOponte dell’1 marzo 2025

 

Data l’enorme mole di parole versate da chi non è stato al corteo, pensiamo sia utile fare una cronaca dei fatti di tutta la giornata, vista dagli occhi di chi c’era. Ognuna potrà farsi la sua opinione in merito.

 

*LE INTIMIDAZIONI PRE-CORTEO

Alle ore 11:15, un gruppo di cinque persone è stato fermato presso la Stazione Centrale di Messina. Gli agenti hanno proceduto con una serie di domande di carattere personale, tra cui: da dove venite? Perché siete qui? Come siete arrivate? Siete a conoscenza della manifestazione? Dove alloggerete? Successivamente, i documenti sono stati ritirati e, dopo un’attesa di circa 30 minuti, gli agenti sono tornati comunicando che era necessaria una perquisizione. Alla richiesta di chiarimenti in merito, è stato risposto che si trattava di una semplice prassi ordinaria e che non vi era nessun problema. Le persone coinvolte hanno chiesto fosse contattatx unx legale che fosse presente durante la perquisizione; la richiesta non è stata accolta e seriamente presa in considerazione (‘a cosa vi serve?’), con la scusa che la perquisizione fosse una procedura standard Le cinque persone sono state quindi condotte nella stazione di polizia della stazione centrale, dove la perquisizione è durata circa 10 minuti. A seguito di questa operazione, sono state lasciate in attesa per ulteriori due ore, al termine delle quali sono stati consegnati loro dei verbali contenenti diverse imprecisioni e informazioni errate. In uno dei verbali è stato erroneamente riportato che la persona in questione portava con sé uno zaino, sebbene ciò non corrispondesse al vero. La motivazione della perquisizione, inizialmente giustificata dagli agenti come una normale prassi, è stata invece indicata nel verbale come conseguenza di un presunto comportamento di ‘agitazione e mancata collaborazione’. Le generalità delle persone fermate presentavano errori e solo a fronte di ripetute richieste di rettifica è stata effettuata la modifica, seppur malvolentieri. Alla richiesta di ulteriori spiegazioni in merito alle discrepanze riscontrate, gli agenti si sono limitati a dire che se vi erano lamentele queste potevano essere presentate nelle opportune sedi, non meglio specificate. Durante tutta l’operazione non è stato spiegato nessuno dei passaggi fatti dalle forze dell’ordine, rispondendo alle domande sulle procedure con reticenza. Le persone non sono statx informatx dei diritti e facoltà che avevano in quella situazione.

.

.

.

.

.

*IL CORTEO

Poco prima delle 15.00, un nutrito gruppo di manifestanti arriva nel luogo del concentramento: piazza Antonello; via via, il numero cresce. Arrivata l’ora del concentramento le manifestanti devono occupare la strada, dato che le forze dell’ordine sostengono di non dover chiudere l’incrocio fino a che non arriva un certo numero di persone non meglio specificato. Il corteo si deve quindi comporre nella strettoia della via S. Agostino, già chiuso in testa da un blindato e da una volante dei carabinieri; da dietro, un cordone di carabinieri; intorno un numeroso gruppo di agenti della digos armati di telecamere.

Verso le 16.30 il corteo parte, mantenendo la propria autodeterminazione, difendendo i propri spazi con la gioia della musica, del ballo e del canto. Svolta subito sulla via XXIV maggio in direzione nord; le forze dell’ordine, in testa e in coda, relativamente a distanza.

Il corteo passa per la via cantando e ballando, diverse persone lasciano scritte sui muri contro il ponte, ma anche contro altri tasselli del sistema di cui il ponte fa parte (cpr, galere, mafia, repressione, guerra, palestina, militarizzazione, patriarcato).

Quasi arrivati all’incrocio di viale Boccetta, si ribadisce ulteriormente dai microfoni che si sta arrivando nei pressi della strada interdetta dalla questura il giorno prima (venerdì 28) per via della presenza del comando provinciale dei carabinieri: via Monsignor D’Arrigo.

 

 

Arrivato all’incrocio, il corteo è completamente chiuso e circondato, senza alcuna via di fuga praticabile.

La situazione è la seguente:

davanti la testa del corteo si fermano,  subito dopo la svolta, le vetture già presenti (ovvero una volante della municipale, una dei carabinieri, un blindato dei carabinieri e una squadra di carabinieri in assetto antisommossa rivolta contro la testa del corteo); alla coda del corteo si trova il cordone di carabinieri presente dall’inizio in antisommossa; sulla sinistra, nella carreggiata direzione valle, è presente una squadra di polizia in antisommossa, mentre sulla sinistra, carreggiata direzione monte, un’altra squadra antisommossa con dietro un blindato della polizia parcheggiato di traverso a sbarrare la strada; a chiudere la via Monsignor D’Arrigo, praticamente sul viale Boccetta, ancora un’altra squadra in antisommossa con alle spalle due blindati parcheggiati trasversalmente per chiudere totalmente la strada interdetta.

Entrate nell’incrocio, tra i fumogeni colorati, lo striscione di testa si posiziona tra le due carreggiate del Boccetta, frapponendosi tra il resto del corteo e la celere; la testa del corteo svolta a destra con l’intenzione di proseguire, ma le vetture dei carabinieri davanti si fermano impedendo, di fatto, di avanzare.

In questa manciata di secondi, dal corteo vengono lanciati in direzione dei blindati alcuni petardi e qualche bottiglia, in risposta all’ingiustizia di una deviazione che non ha niente a che fare con l’ordine pubblico ma che rimarca simbolicamente l’intoccabilità dell’ordine costituito.

Senza alcun motivo evidente, un primo agente parte correndo verso il corteo dando il primo colpo di manganello lateralmente allo striscione; la squadra lo segue lanciandosi a manganellare i manifestanti e smembrando lo striscione. I manifestanti rispondono difendendosi con quello che rimane della struttura e spruzzando stelle filanti; alcuni agenti iniziano a colpire una persona con una bicicletta ferma nei pressi dei disordini, poi tentano di strappargliela dalle mani, senza riuscirci, grazie anche all’aiuto delle altre presenti.

Mentre questo gruppo di manifestanti rimette distanza tra la celere e il corteo dopo la prima carica, la testa è ancora bloccata dall’antisommossa dei carabinieri, che non si muove impedendo al corteo di proseguire.

Diverse manifestanti e persone presenti alla scena gridano ai carabinieri di muoversi per far defluire il corteo dal cul de sac dell’incrocio, per togliere dal pericolo le persone rimaste bloccate alla fine della via XXIV maggio e abbassare la tensione; ma senza successo per diverso tempo.

Quando le manifestanti all’incrocio rimettono distanza con la celere, finalmente arriva l’ordine ai carabinieri di far muovere il corteo.

A un certo punto due agenti della polizia cominciano a correre giù dal viale, sul marciapiede, uno dei due cade a terra, alcune persone vanno verso di lui; questo attira l’attenzione dell’intero schieramento che fino a un attimo prima aveva manganellato le manifestanti, che inizia a correre compattamente per raggiungerli.

Unx manifestante, intuendo le intenzioni di aggressione dello spostamento, si frappone lungo il tragitto, dando le spalle alla squadra, con le braccia aperte, e viene travolta dalla foga di un agente che lx spinge deliberatamente a terra (peraltro redarguito da un collega). Diverse persone si lanciano a soccorrere lx manifestante a terra, e parte un’altra carica di manganellate alla cieca. Dopo un acceso diverbio, le manifestanti allontanano la squadra antisommossa e il corteo prosegue, diminuito, tra canti e balli.

 

 

Svoltato in via Garibaldi direzione nord, un altro blindato dei carabinieri con annessa squadra antisommossa (fino ad allora fermi all’incrocio con la cortina del porto) si unisce allo schieramento in coda al corteo. Per tutta la via Garibaldi si avvicina sempre di più, minacciando e insultando i manifestanti che cercano di tenere spazio tra lo schieramento e il corteo. In coda l’atteggiamento verbale e fisico dei carabinieri si fa più provocatorio ma si riesce a impedire che entrino nello spazio del corteo.

Il corteo percorre via Garibaldi sempre più compresso tra lo schieramento dei carabinieri in testa, che rallenta, e quello in coda, che accelera, mentre altre squadre si pongono davanti ad alcuni edifici bancari sul marciapiede della carreggiata opposta a quella dove passa il corteo.

Vengono lasciate ancora alcune scritte; all’incrocio del Nettuno viene dettagliatamente ricordata la storia di devastazione, distruzione e menefreghismo che ha caratterizzato WeBuild (ex SaliniImpregilo) sin dalla sua nascita, complice di disastri ambientali, sociali, sanitari in tutto il Sud del mondo; mettendo in evidenza che lo stesso atteggiamento è già palese nell’esecuzione dei lavori del raddoppio ferroviario Giampilieri-Fiumefreddo, che procedono senza alcun rispetto degli abitanti, della loro quotidianità e della loro sicurezza; lavori i cui scarti tossici sono stati lasciati alle intemperie accanto alle case di Nizza di Sicilia e di Contesse, con conseguenze pesantissime per le persone e l’ambiente, e leggerissime per l’impresa.

 

 

Arrivato a piazza Juvara, il corteo deve svoltare per raggiungere la fine (piazza Casa Pia).

L’antisommossa si schiera all’inizio della salita e sugli spartitraffico laterali, a formare un imbuto da cui il corteo sarebbe dovuto passare a contatto con gli agenti.

Il pericolo è così evidente che unx manifestante prende il microfono e inizia a chiedere alle forze dell’ordine quali siano le loro intenzioni, se l’idea è quella di chiudere di nuovo il corteo in un vicolo cieco e far partire altre cariche; li esorta a indietreggiare e lasciare spazio al passaggio del corteo.

Il cordone lentamente retrocede su via Fata Morgana, e il corteo raggiunge l’angolo della piazza; qui, di nuovo, deve essere esortato a non impedire l’accesso al punto di arrivo, e si sposta di qualche metro verso il torrente Trapani.

Dato il mancato divieto di sosta nell’angolo della piazza dove è presente lo scivolo carrabile per entrare nella stessa, e la via Monsignor D’Arrigo dove circolano veicoli, le manifestanti sono costrette a improvvisare e far fermare il camion di testa nei parcheggi sopra la piazza.

Per tenere in sicurezza il corteo e le persone, mentre questo avviene, alcune manifestanti tengono la distanza con l’antisommossa mettendosi a bordo strada e accendendo dei fumogeni colorati.

Tutte le uscite dalla piazza sono bloccate da blindati e volanti, che restano fermi là per più di un’ora.

Il corteo si conclude con il concerto in piazza dal camion, spostato quando la strada è stata chiusa e resa agibile ai manifestanti. Tra la musica e i balli, un grande cerchio ha bruciato simbolicamente, in un falò catartico, il carro in cartapesta del ponte sullo Stretto.

.

.

.

.

.

.

.

* LA CACCIA POST-CORTEO

Dopo aver ripulito i resti del falò dalla piazza, lx manifestanti rimastx si dirigono in gruppo verso il centro, notando il concentrarsi progressivo e sospetto di mezzi e personale di polizia di fronte alla piazza.

Da subito, il gruppo è seguito da alcuni agenti della digos in moto e in macchina e da una camionetta. Nella confusione, si inizia a frammentare e la digos approfitta del momento per prendere di mira poche delle persone che si erano allontanate dalla piazza.

Accorgendosene e temendo recriminazioni violente da parte dei poliziotti, questx pochx manifestanti cercano rifugio in galleria Vittorio Emanuele.

Qui gli agenti della digos, con il supporto della celere, bloccano le uscite e si avventano in massa su una singola persona, strozzandola e costringendola in ginocchio, urlando di volere i suoi documenti, senza permetterle al contempo di tirarli fuori.

La forte determinazione dellx altrx manifestanti, immediatamente accorsx in soccorso della persona fermata, ha permesso di liberarla dalla stretta dei poliziotti e di liberare la galleria dalla loro violenta presenza, tra cori e fischi, sotto gli occhi increduli delle centinaia di giovani presenti sulla scena, permettendo alla persona fermata di dileguarsi. Diversx manifestanti riportano ferite durante la collutazione con gli agenti.

Poco dopo, su una via nelle vicinanze e dopo un lungo inseguimento a piedi, la stessa persona viene nuovamente placcata e schiacciata a terra assieme ad un’altra da un nutrito gruppo di poliziotti.

Uno di questi minaccia di sparare alle persone fermate nel caso di un’ulteriore fuga.

Le due persone chiedono da subito e a più riprese di poter parlare con un avvocato ma le loro richieste non vengono ascoltate.

Come se non bastasse, si vedrà poi, nel verbale di rilascio di una delle due viene scritto che la stessa avrebbe dichiarato di non volersi avvalere dell’assistenza di un avvocato (insieme a diverse altre informazioni scorrette o false).

La prima persona viene ammanettata, minacciata a più riprese, anche con l’uso di una paletta da poliziotto in bocca, e fatta salire violentemente su una volante. La seconda viene fatta salire su un’altra volante poco dopo, dovendo insistere per essere portata nello stesso posto dell’altra e dovendo aspettare che la prima persona fosse già in commissariato.

Durante l’attesa per strada, dopo vari avvertimenti da parte della seconda persona di non essere toccata, viene chiamata  un’agente donna che provvede tempestivamente a darlx diversi strattoni. La persona chiede ripetutamente di poter bere dell’acqua, le viene data una bottiglietta e dopo pochi sorsi dalla suddetta viene violentemente strattonata e privata dell’acqua, che viene gettata a terra sostenendo si fosse ormai dissetata abbastanza.

Negli 8 minuti di tempo tra la partenza con la volante e l’arrivo in commissariato, la prima persona viene minacciata di morte più volte da un agente della digos seduto in macchina con lxi, che nega e ripete a più riprese le proprie minacce, tirando la persona per i capelli.

Nei 15 minuti di tempo tra l’arrivo della prima persona in commissariato e l’arrivo della seconda, la prima viene scaraventata contro un muro, minacciata ancora di morte e presa violentemente a ceffoni da due agenti della digos e uno di polizia, con come conseguenza un’importante ferita al labbro superiore e un forte dolore al ginocchio destro. Fatta notare la cosa, gli agenti negano all’unisono la loro responsabilità nel ferimento della persona e sostengono sia successo “prima”. Solo l’arrivo dell’altra persona, insieme a un gran numero di altri poliziotti, impedisce che il pestaggio abbia seguito.

In commissariato, dopo numerose altre richieste della seconda persona di bere dell’acqua, un agente recupera dalla spazzatura una bottiglietta vuota e fa per riempirla da un rubinetto recante la scritta “acqua non potabile”. La prima persona nota la cosa e chiede con forza che sia fornita alla seconda persona una bottiglietta nuova, come a lxi.

Il fermo procede con la perquisizione e l’identificazione dettagliata delle due persone. Non mancano degli inopportuni commenti sulla corporatura (bodyshaming) e sull’orientamento sessuale  (queerfobici) della seconda persona durante la perquisizione. A entrambx vengono prese le impronte e scattate foto segnaletiche, sedute e in piedi, da ogni lato. Alla prima persona vengono fotografati tutti i vestiti, anche rovesciati, mentre alla seconda viene sequestrato un coltellino svizzero evidentemente non atto a offendere.

Dagli sbirri viene ripetuto più volte, durante il fermo, che non c’è bisogno di sentire un avvocatx perchè “gli avvocati ora siamo noi”. Questa resta la loro risposta fino al rilascio, e l’unico momento in cui alle due persone è consentito l’uso di un cellulare è per cercare il numero dell’avvocata per la nomina, senza comunque poter telefonare a nessunx.

Nel mentre un nutrito gruppo di persone si ritrova davanti alla questura,  dove gli è stato detto che le due persone fermate si trovano (nonostante, in realtà, fossero in un’altra caserma), a chiedere notizie e il loro rilascio. Tutte le vie limitrofe a questura e prefettura, dove già si era svolta la caccia alle persone con posti di blocco e agenti in borghese, sono presidiate da volanti e blindati.

Sia in commissariato che in questura, la cosa crea scompiglio: gli agenti volevano solo una rapida vendetta, speravano di sbrigare il tutto molto più in fretta e verso l’1, dopo 3 ore di fermo, iniziano a chiedere alle due persone fermate di dare loro notizie allx manifestanti per far tornare tuttx a casa, sbirri inclusi.

Le persone fermate rifiutano di chiamare lx manifestanti, affermano che avranno loro notizie quando verranno liberatx e accelerano così il processo del proprio rilascio.

Alle 2, entrambe le persone fermate sono libere, la prima solamente con una denuncia per resistenza al fermo, la seconda col solo sequestro di un coltellino. Finalmente si ricongiungono al presidio solidale e possono riabbracciare lx proprix amix.

.

.

.

.

.

*A GIORNI DA…

A giorni dalla conclusione del corteo continua la caccia a manifestanti, dislocata principalmente nei grossi centri cittadini su tutto il territorio regionale siciliano, dove agenti in borghese mediante foto del corteo sui loro telefonini attenzionano persone che gravitano introno a spazi e ritrovi sociali.

 

 

 

 


CORTEO “CARNEVALE NO PONTE”/ SABATO 01 MARZO/ MESSINA

MESSINA// CORTEO// SABATO 01 MARZO!

L’ombra del ponte è già qua: espropri, cantieri propedeutici, depositi di scorie, propaganda, sottrazione di risorse, decreti legge per aggirare prescrizioni e per reprimere il dissenso… Il ponte è il simbolo di un’idea di progresso che se ne infischia delle nostre vite: estrae valore dai territori a costo di devastarli, li sottrae ai bisogni e ai desideri degli abitanti… per far guadagnare i pochi soliti noti.

Per ribaltare questo scenario e far sì che non si ripresenti mai più, abbiamo bisogno di capovolgere prospettive, ricontattare energie, immaginare mondi nuovi, creare relazioni differenti.

E allora… CARNEVALE!

Da sempre festa popolare, eretica, liberatrice, che dissacra, rovescia, si fa beffe del potere, la festa del tempo che tutto distrugge e rinnova!

…un carnevale per difendere lo Stretto, un carnevale per esorcizzare i mostri del profitto, un carnevale di festa, un carnevale di lotta!

Volete inondarci di cemento… …ma sarà la nostra risata che vi seppellirà!

STAMPA E DIFFONDI

FILE STAMPA VOLANTINO


“CREIAMO INSIEME GLI SPAZI CHE SOGNIAMO”

“Quest’ultima goccia non fa traboccare il vaso di acqua ma, per l’ennesima volta, rende piena d’incertezze e lascia a sè stessa una cittadinanza sempre più delusa.

Non vi sono zone della città che non siano in qualche modo colpite dalla mancanza di erogazione idrica nelle abitazioni. Intere palazzine a secco da giorni, alcune superano la settimana. Segnalazioni arrivano da ogni angolo, da Punta Farosino a Larderia, ove si possono constatare variegate situazioni di disagio. Probabilmente la suddivisione in aree di gestione dell’emergenza voleva suggerire una localizzazione del problema, facendo trapelare il totale essere sotto controllo della mancanza d’acqua. Ma la realtà suggerisce un quadro molto più ampio e fosco. Il piano d’emergenza emesso dall’AMAM fa “acqua” da tutte le parti, triste metafora in questo momento. In fin dei conti sembra solo aver riempito le strade di autobotti che invadono la città, affannandosi, nel travasare qualche metro cubo di acqua nei vari serbatoi dei condomini in giro per l’area urbana di Messina. Ad essere messa in discussione non è qui la buona volontà di operatori ed operatrici che cercano di districarsi, anche loro come vittime, in questa nassa piena di disagio e sentimento di abbandono; piuttosto, la riflessione dovrebbe superare la mera ricerca delle inefficienze quotidiane nella c.d. gestione della crisi e non incagliarsi nei tecnicismi infrastrutturali di condutture, inclinazioni e vari livelli di pressione.

Se la frammentazione in aree della città afflitte dalla crisi idrica può dare un’idea di localizzazione del problema, seguendo le segnalazioni dei cittadini e delle cittadine ci rende presto conto che la mappa dell’emergenza attraversa, se non tutto, un’ingente parte dell’urbanizzato messinese. La gente ha potuto fare affidamento su qualche autobotte o sul proprio ingegno e possibilità organizzativa (in termini soprattutto economici). Ed in questo quadro di essiccamento colposo le beffe non sono affatto poche:

In primo luogo, la privatizzazione dell’infrastruttura idrica, ossia laddove non è possibile impossessarsi dell’acqua, si sono svenduti i rubinetti. Qui subentra ATI, ossia Assemblea Territoriale Idrica, ente pubblico cui compito é la gestione delle varie infrastrutture idriche territoriali, subentrata ad EAS (Ente Acquedotti Siciliani) commissariato da ormai parecchio tempo. Per quanto riguarda la conduttura del messinese, ATI sembrava intenzionata, in un primo momento, a determinare una gestione a carattere totalmente pubblico. Nel giro però di pochi mesi da questo tipo di delibere (nn. 10,16,28 del 22), cambia tutto, e dall’ente si decide di cercare invece un partner privato che co-gestirà l’infrastruttura idrica detenendone il 49% della proprietà. Nel frattempo, alcuni “commissari ad acta” della Regione Sicilia determinano il compimento dell’iter burocratico per dare vita alla Messinacque S.p.a., società cui destino, aiutato dalle continue proroghe di ATI sul bando di ricerca del partner privato per la gestione dell’apparato idrico messinese, sembra voler riservare quel 49 % menzionato sopra. L’ultima proroga portava la scadenza al 10 luglio 2024, data oltre la quale non sembrerebbe esserci stata alcun’altra proroga per il bando; si può presupporre che Messinacque S.p.a. si sia adesso presentata ad accaparrarsi la “conduttura promessa”. 

Le conseguenze di questo passaggio di questa grande fetta di proprietà dell’infrastruttura idrica avranno ripercussioni già immaginabili, prima fra tutte il levitare del costo dell’acqua stessa; beffa oltre il danno in tempi di crisi totale ed assenza di acqua corrente

Ci chiediamo quale ruolo abbiano Comune ed AMAM in questo furto bello e buono. Ci chiediamo se il ricorso al TARdei Comuni, rigettato recentemente, sia bastevole nel garantire a noi tutti e tutte un dignitoso accesso a questo bene primario.-

Già solo questo basterebbe a farci accapponare la pelle, ma le controversie non finiscono qui; prime fra tutte l’incombere della cantierizzazione della città tutta per far spazio al mostro ponte. Che con la stessa prepotenza di chi ce lo impone farà breccia nelle nostre esistenze, determinando uno scossone senza precedenti nelle nostre quotidianità. La domanda sorge spontanea: “ma forse sarà che l’acqua la vogliono portare con il ponte?!

Mentre Webuild, (la stessa azienda incaricata di costruire il ponte sullo Stretto) tiene sotto scacco l’intera area dei villaggi della zona sud fino a Fiumefreddo, Messina resta a secco. Allo stesso tempo, interi pozzi d’acqua sembrerebbero essere dati in totale monopolio ai cantieri. Le loro talpe, scavatrici di tunnel della devastazione, l’acqua per funzionare la trovano sempre; quella per impastare il cemento, sigillo sulla natura, la trovano sempre. Il loro impianto di betonaggio, a Savoca, è sempre in funzione. Assumendo furbamente le sembianze di progresso, il raddoppiamento ferroviario che interessa il messinese ha assunto tutte le caratteristiche che si prospettano per i futuri cantieri del ponte, mentre i mezzi pesanti transitano ormai da mesi nelle aree abitate di Roccalumera, Nizza, Savoca, Sant’Alessio, rendendole invivibili per gli abitanti stessi.

La prepotenza dei portatori d’interesse che, in barba ai dubbi sollevati dalle varie giunte comunali, sembrano procedere a spron battuto, senza troppo badare alle preoccupazioni di chi quei luoghi li abita.

Reputiamo non più sopportabile accettare questa svendita a trecentosessanta gradi delle nostre esistenze. Siamo continuamente sotto il ricatto di chi questi luoghi li vede solo come cave di denaro, continuamente sottoposti e sottoposte ad uno stato emergenziale che riduce sempre più le nostre esistenze ad una mera gestione tecnico-amministrativa. La Provincia assiste già alle prime frane; a sempre più persone manca l’acqua in casa; ancora e sempre più su tutti noi pende la spada di Damocle della cementificazione totale, della svendita delle nostre vite tutte ai signori del cemento e della digitalizzazione. Diventerà il loro hub logistico, per le loro merci, per i loro capitali, ma la Vita, in questi luoghi, sembra essere sempre meno benvenuta.

Riappropriamoci della nostra storia, del nostro territorio, delle nostre vite.”

Creiamo insieme gli spazi che sogniamo.

CREIAMO INSIEME GLI SPAZI CHE SOGNIAMO

_______________________________________________________________

Questo testo è stato redatto durante l’estate del 2024 che ha visto la città di Messina attraversare una crisi idrica, preannuncio di cosa aspetta a quei territori e persone dapprima afflitti dalla desertificazione in progresso e, colposamente, espropriati di ogni funzione vitale per poter poi essere messi a profitto ad ogni costo.

Il testo è composto da una raccolta di informazioni già pubbliche, che messe insieme dipingono il colposo quadro che si cela dietro la messa a secco di intere aree della città (ed anche altrove) o, quantomeno, ne verrebbe a galla una parte. La raccolta è stata possibile anche all’interessamento di qualche persona che ha deciso, in un momento critico per la città come quello di inizio estate, di condividere una raccolta di link ad articoli che ricostruivano il tentativo di vendita a privato di parte dell’infrastruttura idrica del messinese.

Ad oggi non si hanno particolari informazioni circa il proseguo di questo bando di gara, che risulta risucchiato in una dinamica di difesa delle proprie posizioni e contrattazione. La città continua a versare rovinosamente in alternate e frequenti assenze di acqua ed incombe sempre più sovente la minaccia della cantierizzazione totale.

Insomma tutta una serie di intrecci che gravano sulla vite delle persone che abitano questi luoghi e che prospettano, per queste, tempi sempre più duri (eufemisticamente parlando)…

Ma ecco che ad aggiungersi a questa serie horror l’intervento nei cantieri del raddoppio ferroviario Giampilieri-Fiumefreddo, scavando tunnel si è estratto materiale che, sprigionato, non è di certo amico della vita dell’essere umano, ARSENICO. Si, la situazione, dicono, è rientrata.. ma a pioggia notizie che lo scavo di tunnel, da parte dello stesso contractor, non avrebbero fatto altro che portare con se devastazione ed irreversibili contaminazioni.

Le loro talpe scavano e scavano, stanno arrivando qui…

 

 


IMMAGINA DI ESSERE IN UN INCUBO

IMMAGINA DI…

…vedere la tua casa espropriata, la tua città ferita da cantieri lasciati a metà, aria

e acqua avvelenate, la spiaggia una discarica, le montagne un groviera; dici a

qualcuno che si dovrebbero bloccare i cantieri: rischi una condanna da 6 mesi a 4

anni di reclusione.

…lavorare in fabbrica, con una paga bassa, norme di sicurezza non rispettate, e la

cassa integrazione dietro l’angolo; coi colleghi vuoi protestare bloccando la

strada: rischi una condanna da 6 mesi a 2 anni di reclusione.

…non avere una casa, non poterti permettere un affitto, ne trovi una

abbandonata e ci vai a vivere: rischi una condanna da 2 a 7 anni di reclusione.

…dire a un pubblico ufficiale (poliziotto/militare/vigile/ufficiale giudiziario/

curatore fallimentare/portalettere/notaio/sindaco/consigliere comunale/

capotreno) che non sei d’accordo con quello che sta facendo e troverai come

impedirlo: rischi una condanna da 6 mesi a 5 anni.

…stare protestando contro una grande opera (ponte sullo Stretto, TAV, grandi

discariche, basi militari); partono i manganelli, un poliziotto cade: rischi una

condanna da 8 mesi a 7 anni.

…essere incinta o avere un bambino piccolo, non avere soldi; rubi il latte al

supermercato: non c’è più l’obbligo di una pena alternativa al carcere, per te e

per tuo figlio.

…essere su una barca, vedere un gommone di migranti affondare, provare ad

aiutarli; la guardia costiera ti dice di non avvicinarti, ti rifiuti: rischi una condanna

fino a 2 anni.

…vivere in 3 in una cella di 7mq, coi materassi per terra, le finestre schermate,

caldo d’estate, freddo d’inverno, senza acqua calda; per protesta, vi rifiutate di

rientrare in cella: rischi una condanna dai 2 agli 8 anni.

…aver traversato deserto e mare, torturato in una prigione libica; arrivi in Italia e

vieni chiuso in un CPR senza sapere fino a quando, dormendo per terra,

mangiando cibo scaduto; salite tutti sul tetto per protesta: rischi una condanna

da 1 a 4 anni….

e non puoi neanche comprare una sim  per chiamare a casa e dire che sei vivo.

…ESSERE IN UN INCUBO

 

Il 18 settembre 2024 viene approvato alla Camera il testo del DDL sicurezza (ex

‘ddl1160’): “Disposizioni in materia di sicurezza pubblica, di tutela del personale in

servizio, nonché di vittime dell’usura e di ordinamento penitenziario”

. In attesa dell’approvazione in Senato, la legge proposta dal governo Meloni allarga la

possibilità di carcerazione, o di detenzione in generale, per tutte quelle persone

che vanno contro e si oppongono a quello che il governo decide.

Questo decreto non fa altro che inasprire pene per comportamenti già

considerati criminosi e per persone già discriminate e criminalizzate:

occupanti o inquilini morosi; ambientalisti; movimenti sindacali; persone

detenute nelle carceri e nei CPR; abitanti dei quartieri marginali; movimenti di

protesta (in particolare quelli contro le “grandi opere”); e anche chiunque

esprima solidarietà a tutti questi soggetti. Con il “terrorismo della parola”

punisce il pensiero e non l’azione, il famoso processo alle intenzioni, cioè si

punisce ciò che potrebbe accadere e non ciò che accade.

Di contro, è previsto che lo Stato possa anticipare sino a 40.000 euro per ogni

agente di sicurezza citato in giudizio per fatti relativi allo svolgimento del

servizio; che i circa 300.000 appartenenti alle forze di polizia e forze armate

possano avere un’arma personale senza licenza, da portare con sé al di fuori

del servizio; è ampliato il numero di reati per cui. Insomma: una nuova ondata di novelli sceriffi e giustizieri della notte.

La guerra si avvicina, e bisogna disciplinare la società, per permettere senza

problemi il drenaggio di risorse pubbliche: togliere dalle spese sociali a vantaggio

della spesa militare. Una tendenza che non riguarda soltanto l’Italia, ma tutti gli

stati occidentali. E ovunque le persone si stanno opponendo.

Non barattiamo la libertà di tutti per la sicurezza di chi comanda!

ASSEMBLEA CONTRO IL DDL SICUREZZA

 

APPUNTAMENTO MARTEDI 19 NOVEMBRE ALLE ORE 19:00 IN VIA MARIO GIURBA, 15 (MESSINA) PER CONTINUARE AD ORGANIZZARE INSIEME L’OPPOSIZIONE ALL’ENNESIMO DECRETO LIBERTICIDA E RAZZISTA. 

 


IL SOLO PONTE È LA SOLIDARIETÀ TRA INSORT*

Continue reading


sabato 18 maggio CORTEO NO PONTE a VILLA S. GIOVANNI

 

***

 

Che il ponte sullo Stretto non verrà mai costruito è pressoché una certezza; quello che deve davvero far paura è tutto ciò che avviene nel mentre: espropri, blocco dei piani urbanistici, opere collaterali, apertura di cantieri farlocchi e leggi su leggi su decreti su proroghe, che terranno sotto scacco i nostri territori per chissà ancora quanto tempo.

Nei fatti, tutti questi traccheggi hanno un unico scopo: continuare a tenere in piedi l’apparato politico-economico che sulle grandi opere fonda la sua fortuna… e la rovina del pianeta!

Del binomio profitto-distruzione ne dovrebbe sapere più di qualcosa Pietro Salini con la sua Webuild: durante la sua storia (che passa appalti e amicizie di padre in figlio dal 1936, come i feudi nel medioevo) la multinazionale del cemento ha collezionato un’enorme quantità di grandi opere civili, soprattutto nel Sud del mondo (Italia compresa, dove al momento ha in corso una ventina di progetti).

Filantropia? Vocazione? Solidarietà? No: soldi e potere.

Diverse ricerche e inchieste svelano la vera faccia di questo colosso: le mega-opere dei patriarchi Salini hanno nella realtà avuto effetti devastanti sui luoghi e sulle persone che si sono trovate tra le maglie dei loro affari.

Mega-progetti ricevuti anche senza gara d’appalto valutazioni di impatto ambientale e sociale (come la diga più grande d’Africa, la ‘Gibe III’ tra Etiopia e Kenya, la cui costruzione ha ridotto coltivazioni, foreste pluviali e acqua potabile) che spesso hanno costretto la popolazione locale a spostarsi dalla propria terra, per forza o con la forza (come nel villaggio di Rio Negro in Guatemala dove più di 440 persone sono state uccise per essersi rifiutate di lasciare la loro terra alla diga ‘Chixoy’).

Altro che progresso, ambiente e domani migliori: decine e decine di esempi mettono in luce le mostruosità di un sistema che si fonda sull’intreccio di politica ed economia.

Tornando, allora, al nostro Stretto non possiamo che pensare a Scilla e Cariddi, da sempre dipinte come le mostruose figure femminili che distruggono chiunque passi tra loro, come due lame di una stessa cesoia.

E se fossero invece le anime di una terra stanca di essere stuprata? Di un Sud, tra i ‘sud’ del mondo, dal quale Stato e capitale estraggono valore?

CHI È IL VERO MOSTRO?

Come purtroppo stiamo vedendo nell’ultimo anno, non basta liquidare una società per liberarsi del folle progetto del ponte: bisogna mettere una definitiva pietra tombale sull’idea di un progresso che è sinonimo di devastazione, colonizzazione, predazione e sfruttamento. E dobbiamo farlo con le nostre mani.

‘A zoccula ‘nta l’ingranaggi

 

CORTEO NO PONTE 18 MAGGIO h. 9:30 VILLA SAN GIOVANNI
(da Messina 8:30 Rada S Francesco, nave alle 9:20)


L’ingiustizia è la più grande istigazione a delinquere. Parole chiare contro il terrorismo di Stato in solidarietà ad Antudo

Da il rovescio.info

Riceviamo e diffondiamo questo testo, tre volte prezioso. Per la doverosa solidarietà ai redattori e redattrici di Antudo (https://www.antudo.info/), alla quale ci associamo. Per la chiarezza, e la precisione, con cui si scaglia contro la definizione data dall’Unione Europea del concetto di “terrorismo”, pensata appositamente per mettere fuori gioco ogni lotta concreta (definizione che lo Stato italiano, unico caso in Europa, ha integralmente recepito in uno specifico articolo di legge, il 270 sexies del “nostro” codice penale). Infine, per la rivendicazione del gesto, «non in nome di un’organizzazione ma in nome dell’appartenenza sociale e umana all’enorme e anonima schiera degli oppressi». In tempi come questi, quando la caccia alle streghe sovversive o anche solo dissidenti si fa quotidiana e parossistica, gettando persino l’esposizione di striscioni in solidarietà ad Alfredo nel calderone sempre più capiente del “terrorismo”, è anche di parole e concetti come questi che abbiamo bisogno.

Sull’uso sempre più frequente del concetto di “terrorismo” contenuto nell’articolo 270 sexies, si veda anche questo testo sulla recente operazione repressiva in Trentino: https://ilrovescio.info/2023/08/04/ennesima-inchiesta-per-270-bis-in-trentino-richieste-e-non-concesse-12-misure-cautelari/

Qui l’articolo e il video di Antudo incriminati: https://www.antudo.info/sanzionata-leonardo-palermo-defendkurdistan/

L’ingiustizia è la più grande istigazione a delinquere

«…intimidire la popolazione o costringere i poteri pubblici o un’organizzazione internazionale a compiere o astenersi dal compiere un qualsiasi atto o destabilizzare o distruggere le strutture politiche fondamentali, costituzionali, economiche e sociali di un Paese o di un’organizzazione internazionale»

In queste poche righe sta racchiuso il colpo di genio che l’intelligenza repressiva ha elaborato negli ultimi decenni. Grazie al lavoro degli instancabili giuristi con l’elmetto, necessari al Sistema quanto lo sono gli enti di ricerca sui sistemi d’arma, la vaghezza della nozione di terrorismo è stata completamente assunta dalla lingua dello Stato per potere essere impiegata come arma contro i suoi nemici. Se «intimidire la popolazione» o le popolazioni è una prerogativa morale e materiale di ogni Stato – e quindi senza effetti giuridici, visto che è inimmaginabile uno Stato che persegua se stesso – rimane, a moralizzare l’azione repressiva, la seconda parte del periodo. Scompare dall’orizzonte dei sacerdoti del diritto la violenza strutturale, le migliaia di morti annue prodotte da frontiere, carceri, lavoro, inquinamento, nocività; scompaiono le carneficine perpetrate dagli eserciti e gli orizzonti attuali di terza guerra mondiale con corredo di olocausto nucleare. Mostro è, in questo bel mondo, chi pensa di opporsi e pensa di farlo non solo platonicamente ma agendo «contro le strutture politiche fondamentali, costituzionali, economiche e sociali»: a dimostrare che niente, neanche il rapporto tra significati e significanti, resta fuori dalla guerra sociale.

In queste settimane stanno fioccando le inchieste per associazioni con finalità di terrorismo verso compagni e compagne che hanno lottato al fianco di Alfredo Cospito e contro il 41 bis. In Sicilia, le case di sei compagni e compagne di Antudo sono state perquisite con l’accusa di istigazione a delinquere e di atto con finalità di terrorismo (280 bis). Queste accuse si riferiscono tanto alla pubblicazione del video di un attacco ad una sede di Leonardo s.p.a. in Sicilia e al testo che l’accompagnava (istigazione a delinquere), quanto all’azione di attacco in sé (280 bis). Se una cosa vigliacca e schifosa come la repressione può avere un merito è che, nel farla, lo Stato parla chiaro.

Il carcere, il 41 bis, Leonardo s.p.a. e tutto l’apparato tecno-militare-carcerario, sono «strutture politiche fondamentali, costituzionali, economiche e sociali» dello Stato e dell’organizzazione sociale in attuale traghettamento verso l’utopia del controllo totale. Dalla guerra all’intelligenza artificiale, dalla collaborazione nella colonizzazione sottomarina con reti di cablaggio internet alla robotica e al 5G, per Leonardo s.p.a. non ha alcun senso la distinzione tra militare e civile (e scompare anche la distinzione tra “statuale” e “capitalistico”).

Quanto a noi, oltre a dare la più calorosa e sincera solidarietà alle inquisite e agli inquisiti, ci preme ribadire un concetto che ci è molto caro. A prescindere da chi quell’azione l’abbia realizzata, essa va difesa, dichiarata giusta, rivendicata – non in nome di un’organizzazione ma in nome dell’appartenenza sociale e umana all’enorme e anonima schiera degli oppressi, dei bombardati, dei morti che diventano statistica. Quella azione che per loro è terrorismo, è per noi fonte di incoraggiamento, è un atto di dignità esemplare. Loro hanno i codici, noi abbiamo la nostra memoria di oppressi: dalla colonizzazione di ieri all’estrattivismo e alle guerre di oggi, lo Stato è il più grande produttore di terrore.

Solidarietà a tutti i compagni e le compagne indagate nei recenti procedimenti!

Solidarietà ad Alfredo, Anna, Juan, Zac, Rupert, Davide e a tutti i rinchiusi, i ristretti, i braccati dalla legge!

Solidarietà alle popolazioni e agli individui colpiti dagli incendi devastanti! Il problema non è il fuoco, è la miscela tra il fuoco e l’etica assassina di una società basata sul profitto e sulla sopraffazione.

alcune/i siciliane/i contro lo Stato e i suoi tentacoli