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“CREIAMO INSIEME GLI SPAZI CHE SOGNIAMO”

“Quest’ultima goccia non fa traboccare il vaso di acqua ma, per l’ennesima volta, rende piena d’incertezze e lascia a sè stessa una cittadinanza sempre più delusa.

Non vi sono zone della città che non siano in qualche modo colpite dalla mancanza di erogazione idrica nelle abitazioni. Intere palazzine a secco da giorni, alcune superano la settimana. Segnalazioni arrivano da ogni angolo, da Punta Farosino a Larderia, ove si possono constatare variegate situazioni di disagio. Probabilmente la suddivisione in aree di gestione dell’emergenza voleva suggerire una localizzazione del problema, facendo trapelare il totale essere sotto controllo della mancanza d’acqua. Ma la realtà suggerisce un quadro molto più ampio e fosco. Il piano d’emergenza emesso dall’AMAM fa “acqua” da tutte le parti, triste metafora in questo momento. In fin dei conti sembra solo aver riempito le strade di autobotti che invadono la città, affannandosi, nel travasare qualche metro cubo di acqua nei vari serbatoi dei condomini in giro per l’area urbana di Messina. Ad essere messa in discussione non è qui la buona volontà di operatori ed operatrici che cercano di districarsi, anche loro come vittime, in questa nassa piena di disagio e sentimento di abbandono; piuttosto, la riflessione dovrebbe superare la mera ricerca delle inefficienze quotidiane nella c.d. gestione della crisi e non incagliarsi nei tecnicismi infrastrutturali di condutture, inclinazioni e vari livelli di pressione.

Se la frammentazione in aree della città afflitte dalla crisi idrica può dare un’idea di localizzazione del problema, seguendo le segnalazioni dei cittadini e delle cittadine ci rende presto conto che la mappa dell’emergenza attraversa, se non tutto, un’ingente parte dell’urbanizzato messinese. La gente ha potuto fare affidamento su qualche autobotte o sul proprio ingegno e possibilità organizzativa (in termini soprattutto economici). Ed in questo quadro di essiccamento colposo le beffe non sono affatto poche:

In primo luogo, la privatizzazione dell’infrastruttura idrica, ossia laddove non è possibile impossessarsi dell’acqua, si sono svenduti i rubinetti. Qui subentra ATI, ossia Assemblea Territoriale Idrica, ente pubblico cui compito é la gestione delle varie infrastrutture idriche territoriali, subentrata ad EAS (Ente Acquedotti Siciliani) commissariato da ormai parecchio tempo. Per quanto riguarda la conduttura del messinese, ATI sembrava intenzionata, in un primo momento, a determinare una gestione a carattere totalmente pubblico. Nel giro però di pochi mesi da questo tipo di delibere (nn. 10,16,28 del 22), cambia tutto, e dall’ente si decide di cercare invece un partner privato che co-gestirà l’infrastruttura idrica detenendone il 49% della proprietà. Nel frattempo, alcuni “commissari ad acta” della Regione Sicilia determinano il compimento dell’iter burocratico per dare vita alla Messinacque S.p.a., società cui destino, aiutato dalle continue proroghe di ATI sul bando di ricerca del partner privato per la gestione dell’apparato idrico messinese, sembra voler riservare quel 49 % menzionato sopra. L’ultima proroga portava la scadenza al 10 luglio 2024, data oltre la quale non sembrerebbe esserci stata alcun’altra proroga per il bando; si può presupporre che Messinacque S.p.a. si sia adesso presentata ad accaparrarsi la “conduttura promessa”. 

Le conseguenze di questo passaggio di questa grande fetta di proprietà dell’infrastruttura idrica avranno ripercussioni già immaginabili, prima fra tutte il levitare del costo dell’acqua stessa; beffa oltre il danno in tempi di crisi totale ed assenza di acqua corrente

Ci chiediamo quale ruolo abbiano Comune ed AMAM in questo furto bello e buono. Ci chiediamo se il ricorso al TARdei Comuni, rigettato recentemente, sia bastevole nel garantire a noi tutti e tutte un dignitoso accesso a questo bene primario.-

Già solo questo basterebbe a farci accapponare la pelle, ma le controversie non finiscono qui; prime fra tutte l’incombere della cantierizzazione della città tutta per far spazio al mostro ponte. Che con la stessa prepotenza di chi ce lo impone farà breccia nelle nostre esistenze, determinando uno scossone senza precedenti nelle nostre quotidianità. La domanda sorge spontanea: “ma forse sarà che l’acqua la vogliono portare con il ponte?!

Mentre Webuild, (la stessa azienda incaricata di costruire il ponte sullo Stretto) tiene sotto scacco l’intera area dei villaggi della zona sud fino a Fiumefreddo, Messina resta a secco. Allo stesso tempo, interi pozzi d’acqua sembrerebbero essere dati in totale monopolio ai cantieri. Le loro talpe, scavatrici di tunnel della devastazione, l’acqua per funzionare la trovano sempre; quella per impastare il cemento, sigillo sulla natura, la trovano sempre. Il loro impianto di betonaggio, a Savoca, è sempre in funzione. Assumendo furbamente le sembianze di progresso, il raddoppiamento ferroviario che interessa il messinese ha assunto tutte le caratteristiche che si prospettano per i futuri cantieri del ponte, mentre i mezzi pesanti transitano ormai da mesi nelle aree abitate di Roccalumera, Nizza, Savoca, Sant’Alessio, rendendole invivibili per gli abitanti stessi.

La prepotenza dei portatori d’interesse che, in barba ai dubbi sollevati dalle varie giunte comunali, sembrano procedere a spron battuto, senza troppo badare alle preoccupazioni di chi quei luoghi li abita.

Reputiamo non più sopportabile accettare questa svendita a trecentosessanta gradi delle nostre esistenze. Siamo continuamente sotto il ricatto di chi questi luoghi li vede solo come cave di denaro, continuamente sottoposti e sottoposte ad uno stato emergenziale che riduce sempre più le nostre esistenze ad una mera gestione tecnico-amministrativa. La Provincia assiste già alle prime frane; a sempre più persone manca l’acqua in casa; ancora e sempre più su tutti noi pende la spada di Damocle della cementificazione totale, della svendita delle nostre vite tutte ai signori del cemento e della digitalizzazione. Diventerà il loro hub logistico, per le loro merci, per i loro capitali, ma la Vita, in questi luoghi, sembra essere sempre meno benvenuta.

Riappropriamoci della nostra storia, del nostro territorio, delle nostre vite.”

Creiamo insieme gli spazi che sogniamo.

CREIAMO INSIEME GLI SPAZI CHE SOGNIAMO

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Questo testo è stato redatto durante l’estate del 2024 che ha visto la città di Messina attraversare una crisi idrica, preannuncio di cosa aspetta a quei territori e persone dapprima afflitti dalla desertificazione in progresso e, colposamente, espropriati di ogni funzione vitale per poter poi essere messi a profitto ad ogni costo.

Il testo è composto da una raccolta di informazioni già pubbliche, che messe insieme dipingono il colposo quadro che si cela dietro la messa a secco di intere aree della città (ed anche altrove) o, quantomeno, ne verrebbe a galla una parte. La raccolta è stata possibile anche all’interessamento di qualche persona che ha deciso, in un momento critico per la città come quello di inizio estate, di condividere una raccolta di link ad articoli che ricostruivano il tentativo di vendita a privato di parte dell’infrastruttura idrica del messinese.

Ad oggi non si hanno particolari informazioni circa il proseguo di questo bando di gara, che risulta risucchiato in una dinamica di difesa delle proprie posizioni e contrattazione. La città continua a versare rovinosamente in alternate e frequenti assenze di acqua ed incombe sempre più sovente la minaccia della cantierizzazione totale.

Insomma tutta una serie di intrecci che gravano sulla vite delle persone che abitano questi luoghi e che prospettano, per queste, tempi sempre più duri (eufemisticamente parlando)…

Ma ecco che ad aggiungersi a questa serie horror l’intervento nei cantieri del raddoppio ferroviario Giampilieri-Fiumefreddo, scavando tunnel si è estratto materiale che, sprigionato, non è di certo amico della vita dell’essere umano, ARSENICO. Si, la situazione, dicono, è rientrata.. ma a pioggia notizie che lo scavo di tunnel, da parte dello stesso contractor, non avrebbero fatto altro che portare con se devastazione ed irreversibili contaminazioni.

Le loro talpe scavano e scavano, stanno arrivando qui…

 

 


IMMAGINA DI ESSERE IN UN INCUBO

IMMAGINA DI…

…vedere la tua casa espropriata, la tua città ferita da cantieri lasciati a metà, aria

e acqua avvelenate, la spiaggia una discarica, le montagne un groviera; dici a

qualcuno che si dovrebbero bloccare i cantieri: rischi una condanna da 6 mesi a 4

anni di reclusione.

…lavorare in fabbrica, con una paga bassa, norme di sicurezza non rispettate, e la

cassa integrazione dietro l’angolo; coi colleghi vuoi protestare bloccando la

strada: rischi una condanna da 6 mesi a 2 anni di reclusione.

…non avere una casa, non poterti permettere un affitto, ne trovi una

abbandonata e ci vai a vivere: rischi una condanna da 2 a 7 anni di reclusione.

…dire a un pubblico ufficiale (poliziotto/militare/vigile/ufficiale giudiziario/

curatore fallimentare/portalettere/notaio/sindaco/consigliere comunale/

capotreno) che non sei d’accordo con quello che sta facendo e troverai come

impedirlo: rischi una condanna da 6 mesi a 5 anni.

…stare protestando contro una grande opera (ponte sullo Stretto, TAV, grandi

discariche, basi militari); partono i manganelli, un poliziotto cade: rischi una

condanna da 8 mesi a 7 anni.

…essere incinta o avere un bambino piccolo, non avere soldi; rubi il latte al

supermercato: non c’è più l’obbligo di una pena alternativa al carcere, per te e

per tuo figlio.

…essere su una barca, vedere un gommone di migranti affondare, provare ad

aiutarli; la guardia costiera ti dice di non avvicinarti, ti rifiuti: rischi una condanna

fino a 2 anni.

…vivere in 3 in una cella di 7mq, coi materassi per terra, le finestre schermate,

caldo d’estate, freddo d’inverno, senza acqua calda; per protesta, vi rifiutate di

rientrare in cella: rischi una condanna dai 2 agli 8 anni.

…aver traversato deserto e mare, torturato in una prigione libica; arrivi in Italia e

vieni chiuso in un CPR senza sapere fino a quando, dormendo per terra,

mangiando cibo scaduto; salite tutti sul tetto per protesta: rischi una condanna

da 1 a 4 anni….

e non puoi neanche comprare una sim  per chiamare a casa e dire che sei vivo.

…ESSERE IN UN INCUBO

 

Il 18 settembre 2024 viene approvato alla Camera il testo del DDL sicurezza (ex

‘ddl1160’): “Disposizioni in materia di sicurezza pubblica, di tutela del personale in

servizio, nonché di vittime dell’usura e di ordinamento penitenziario”

. In attesa dell’approvazione in Senato, la legge proposta dal governo Meloni allarga la

possibilità di carcerazione, o di detenzione in generale, per tutte quelle persone

che vanno contro e si oppongono a quello che il governo decide.

Questo decreto non fa altro che inasprire pene per comportamenti già

considerati criminosi e per persone già discriminate e criminalizzate:

occupanti o inquilini morosi; ambientalisti; movimenti sindacali; persone

detenute nelle carceri e nei CPR; abitanti dei quartieri marginali; movimenti di

protesta (in particolare quelli contro le “grandi opere”); e anche chiunque

esprima solidarietà a tutti questi soggetti. Con il “terrorismo della parola”

punisce il pensiero e non l’azione, il famoso processo alle intenzioni, cioè si

punisce ciò che potrebbe accadere e non ciò che accade.

Di contro, è previsto che lo Stato possa anticipare sino a 40.000 euro per ogni

agente di sicurezza citato in giudizio per fatti relativi allo svolgimento del

servizio; che i circa 300.000 appartenenti alle forze di polizia e forze armate

possano avere un’arma personale senza licenza, da portare con sé al di fuori

del servizio; è ampliato il numero di reati per cui. Insomma: una nuova ondata di novelli sceriffi e giustizieri della notte.

La guerra si avvicina, e bisogna disciplinare la società, per permettere senza

problemi il drenaggio di risorse pubbliche: togliere dalle spese sociali a vantaggio

della spesa militare. Una tendenza che non riguarda soltanto l’Italia, ma tutti gli

stati occidentali. E ovunque le persone si stanno opponendo.

Non barattiamo la libertà di tutti per la sicurezza di chi comanda!

ASSEMBLEA CONTRO IL DDL SICUREZZA

 

APPUNTAMENTO MARTEDI 19 NOVEMBRE ALLE ORE 19:00 IN VIA MARIO GIURBA, 15 (MESSINA) PER CONTINUARE AD ORGANIZZARE INSIEME L’OPPOSIZIONE ALL’ENNESIMO DECRETO LIBERTICIDA E RAZZISTA. 

 


IL SOLO PONTE È LA SOLIDARIETÀ TRA INSORT*

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sabato 18 maggio CORTEO NO PONTE a VILLA S. GIOVANNI

 

***

 

Che il ponte sullo Stretto non verrà mai costruito è pressoché una certezza; quello che deve davvero far paura è tutto ciò che avviene nel mentre: espropri, blocco dei piani urbanistici, opere collaterali, apertura di cantieri farlocchi e leggi su leggi su decreti su proroghe, che terranno sotto scacco i nostri territori per chissà ancora quanto tempo.

Nei fatti, tutti questi traccheggi hanno un unico scopo: continuare a tenere in piedi l’apparato politico-economico che sulle grandi opere fonda la sua fortuna… e la rovina del pianeta!

Del binomio profitto-distruzione ne dovrebbe sapere più di qualcosa Pietro Salini con la sua Webuild: durante la sua storia (che passa appalti e amicizie di padre in figlio dal 1936, come i feudi nel medioevo) la multinazionale del cemento ha collezionato un’enorme quantità di grandi opere civili, soprattutto nel Sud del mondo (Italia compresa, dove al momento ha in corso una ventina di progetti).

Filantropia? Vocazione? Solidarietà? No: soldi e potere.

Diverse ricerche e inchieste svelano la vera faccia di questo colosso: le mega-opere dei patriarchi Salini hanno nella realtà avuto effetti devastanti sui luoghi e sulle persone che si sono trovate tra le maglie dei loro affari.

Mega-progetti ricevuti anche senza gara d’appalto valutazioni di impatto ambientale e sociale (come la diga più grande d’Africa, la ‘Gibe III’ tra Etiopia e Kenya, la cui costruzione ha ridotto coltivazioni, foreste pluviali e acqua potabile) che spesso hanno costretto la popolazione locale a spostarsi dalla propria terra, per forza o con la forza (come nel villaggio di Rio Negro in Guatemala dove più di 440 persone sono state uccise per essersi rifiutate di lasciare la loro terra alla diga ‘Chixoy’).

Altro che progresso, ambiente e domani migliori: decine e decine di esempi mettono in luce le mostruosità di un sistema che si fonda sull’intreccio di politica ed economia.

Tornando, allora, al nostro Stretto non possiamo che pensare a Scilla e Cariddi, da sempre dipinte come le mostruose figure femminili che distruggono chiunque passi tra loro, come due lame di una stessa cesoia.

E se fossero invece le anime di una terra stanca di essere stuprata? Di un Sud, tra i ‘sud’ del mondo, dal quale Stato e capitale estraggono valore?

CHI È IL VERO MOSTRO?

Come purtroppo stiamo vedendo nell’ultimo anno, non basta liquidare una società per liberarsi del folle progetto del ponte: bisogna mettere una definitiva pietra tombale sull’idea di un progresso che è sinonimo di devastazione, colonizzazione, predazione e sfruttamento. E dobbiamo farlo con le nostre mani.

‘A zoccula ‘nta l’ingranaggi

 

CORTEO NO PONTE 18 MAGGIO h. 9:30 VILLA SAN GIOVANNI
(da Messina 8:30 Rada S Francesco, nave alle 9:20)


L’ingiustizia è la più grande istigazione a delinquere. Parole chiare contro il terrorismo di Stato in solidarietà ad Antudo

Da il rovescio.info

Riceviamo e diffondiamo questo testo, tre volte prezioso. Per la doverosa solidarietà ai redattori e redattrici di Antudo (https://www.antudo.info/), alla quale ci associamo. Per la chiarezza, e la precisione, con cui si scaglia contro la definizione data dall’Unione Europea del concetto di “terrorismo”, pensata appositamente per mettere fuori gioco ogni lotta concreta (definizione che lo Stato italiano, unico caso in Europa, ha integralmente recepito in uno specifico articolo di legge, il 270 sexies del “nostro” codice penale). Infine, per la rivendicazione del gesto, «non in nome di un’organizzazione ma in nome dell’appartenenza sociale e umana all’enorme e anonima schiera degli oppressi». In tempi come questi, quando la caccia alle streghe sovversive o anche solo dissidenti si fa quotidiana e parossistica, gettando persino l’esposizione di striscioni in solidarietà ad Alfredo nel calderone sempre più capiente del “terrorismo”, è anche di parole e concetti come questi che abbiamo bisogno.

Sull’uso sempre più frequente del concetto di “terrorismo” contenuto nell’articolo 270 sexies, si veda anche questo testo sulla recente operazione repressiva in Trentino: https://ilrovescio.info/2023/08/04/ennesima-inchiesta-per-270-bis-in-trentino-richieste-e-non-concesse-12-misure-cautelari/

Qui l’articolo e il video di Antudo incriminati: https://www.antudo.info/sanzionata-leonardo-palermo-defendkurdistan/

L’ingiustizia è la più grande istigazione a delinquere

«…intimidire la popolazione o costringere i poteri pubblici o un’organizzazione internazionale a compiere o astenersi dal compiere un qualsiasi atto o destabilizzare o distruggere le strutture politiche fondamentali, costituzionali, economiche e sociali di un Paese o di un’organizzazione internazionale»

In queste poche righe sta racchiuso il colpo di genio che l’intelligenza repressiva ha elaborato negli ultimi decenni. Grazie al lavoro degli instancabili giuristi con l’elmetto, necessari al Sistema quanto lo sono gli enti di ricerca sui sistemi d’arma, la vaghezza della nozione di terrorismo è stata completamente assunta dalla lingua dello Stato per potere essere impiegata come arma contro i suoi nemici. Se «intimidire la popolazione» o le popolazioni è una prerogativa morale e materiale di ogni Stato – e quindi senza effetti giuridici, visto che è inimmaginabile uno Stato che persegua se stesso – rimane, a moralizzare l’azione repressiva, la seconda parte del periodo. Scompare dall’orizzonte dei sacerdoti del diritto la violenza strutturale, le migliaia di morti annue prodotte da frontiere, carceri, lavoro, inquinamento, nocività; scompaiono le carneficine perpetrate dagli eserciti e gli orizzonti attuali di terza guerra mondiale con corredo di olocausto nucleare. Mostro è, in questo bel mondo, chi pensa di opporsi e pensa di farlo non solo platonicamente ma agendo «contro le strutture politiche fondamentali, costituzionali, economiche e sociali»: a dimostrare che niente, neanche il rapporto tra significati e significanti, resta fuori dalla guerra sociale.

In queste settimane stanno fioccando le inchieste per associazioni con finalità di terrorismo verso compagni e compagne che hanno lottato al fianco di Alfredo Cospito e contro il 41 bis. In Sicilia, le case di sei compagni e compagne di Antudo sono state perquisite con l’accusa di istigazione a delinquere e di atto con finalità di terrorismo (280 bis). Queste accuse si riferiscono tanto alla pubblicazione del video di un attacco ad una sede di Leonardo s.p.a. in Sicilia e al testo che l’accompagnava (istigazione a delinquere), quanto all’azione di attacco in sé (280 bis). Se una cosa vigliacca e schifosa come la repressione può avere un merito è che, nel farla, lo Stato parla chiaro.

Il carcere, il 41 bis, Leonardo s.p.a. e tutto l’apparato tecno-militare-carcerario, sono «strutture politiche fondamentali, costituzionali, economiche e sociali» dello Stato e dell’organizzazione sociale in attuale traghettamento verso l’utopia del controllo totale. Dalla guerra all’intelligenza artificiale, dalla collaborazione nella colonizzazione sottomarina con reti di cablaggio internet alla robotica e al 5G, per Leonardo s.p.a. non ha alcun senso la distinzione tra militare e civile (e scompare anche la distinzione tra “statuale” e “capitalistico”).

Quanto a noi, oltre a dare la più calorosa e sincera solidarietà alle inquisite e agli inquisiti, ci preme ribadire un concetto che ci è molto caro. A prescindere da chi quell’azione l’abbia realizzata, essa va difesa, dichiarata giusta, rivendicata – non in nome di un’organizzazione ma in nome dell’appartenenza sociale e umana all’enorme e anonima schiera degli oppressi, dei bombardati, dei morti che diventano statistica. Quella azione che per loro è terrorismo, è per noi fonte di incoraggiamento, è un atto di dignità esemplare. Loro hanno i codici, noi abbiamo la nostra memoria di oppressi: dalla colonizzazione di ieri all’estrattivismo e alle guerre di oggi, lo Stato è il più grande produttore di terrore.

Solidarietà a tutti i compagni e le compagne indagate nei recenti procedimenti!

Solidarietà ad Alfredo, Anna, Juan, Zac, Rupert, Davide e a tutti i rinchiusi, i ristretti, i braccati dalla legge!

Solidarietà alle popolazioni e agli individui colpiti dagli incendi devastanti! Il problema non è il fuoco, è la miscela tra il fuoco e l’etica assassina di una società basata sul profitto e sulla sopraffazione.

alcune/i siciliane/i contro lo Stato e i suoi tentacoli


Resoconto del presidio contro la sorveglianza speciale

RESOCONTO

Il 2 novembre 2022 si è tenuta a Messina l’udienza per la richiesta di sorveglianza speciale nei confronti di Claudio e Dario. Per tutta la mattina davanti al tribunale si è riunito un presidio di solidali, che ha visto una variegata partecipazione di compagne, amici, singoli e collettivi che hanno attraversato le lotte sociali degli ultimi anni e che nell’ambito delle indagini e delle intercettazioni sono finiti anch’essi sotto la lente repressiva dello stato. Durante la mattinata si sono alternati diversi interventi che, oltre a Claudio e Dario, hanno espresso solidarietà anche ai compagni anarchici in carcere, in particolare Alfredo, Anna e Juan. Il giudice, avallando il parere avverso della pm, ha rigettato la richiesta di svolgere l’udienza a porte aperte, adducendo come motivazione ragioni d’ordine pubblico. L’udienza si è aperta con il deposito da parte della procura di una informativa integrativa dell’indagine a carico di Claudio e Dario, che andrebbe ad infittire le accuse a loro carico. Alla richiesta di rinvio ad altra data presentata dall’avvocato difensore, e che avrebbe permesso di visionare il nuovo incartamento, il giudice ha però risposto che il dibattimento si sarebbe dovuto tenere comunque in giornata, concedendo soltanto un rinvio ad horas. Prima della requisitoria della pm, Claudio, presente in aula, ha tentato di leggere una sua dichiarazione, di cui però ha potuto riportare esclusivamente la parte finale, dove esprime solidarietà ai compagni anarchici in carcere. La sentenza sarà notificata entro 90 giorni. Terminata l’udienza Claudio, raggiunti i suoi compagni e le sue compagne in piazza, ha potuto dare lettura integrale della sua dichiarazione.

RIFLESSIONI

Cosa succede quando al tentativo dello Stato di isolare, distorcere, criminalizzare un’etica che sostiene e guida un agire chiaro, gli individui destinatari dell’azione repressiva (e in senso allargato le relazioni che si portano appresso) schivano la paura indotta, portando in luce ciò che nei giorni del quotidiano delle nostre vite costrette rimane al buio dell’alienazione – ma è lì, ancora vivo? Succede quello che abbiamo vissuto ieri, nella piazza di fronte il tribunale di Messina: non una routine, non una presenza al minimo, ma il massimo possibile nel momento della generosità e del sentirsi parte che si sono espressi e hanno parlato al di là della contingenza della richiesta di sorveglianza speciale; sotto accusa non erano solo Dario e Claudio, ma insieme e attraverso loro, come sempre accade (in questo momento lo viviamo con una gravità e un senso di urgenza cui sappiamo di dover rispondere) tutta una storia, lunga, di esperienze di lotta di un territorio. Della ricchezza di quel contesto si è stati partecipi: e nello stringerci intorno ai nostri compagni, nell’esprimere solidarietà ad Alfredo, Anna, Juan, ai detenuti tutti, nel parlare in piazza di 41bis iniziando a riappropriarci delle parole e di una storia taciute, lasciate troppo a lungo nelle mani del potere, abbiamo per qualche ora dato un senso altro a un luogo nemico; ché la solidarietà ha il peso, tutta la materialità della presenza, tanto da accorciare distanze e riavvicinare percorsi che negli anni si sono separati. Era un condensato di umanità in relazione eccentrico, ricco, plurale, a manifestarsi, il senso di un ergersi della fierezza quando sotto attacco è il procedere – con fatica e modi diversi – in direzione ostinata e contraria, col pensiero e nelle azioni. Questa consapevolezza, la sensibilità e il calore umani, la convinzione in se stessi di ciò che si è, si vuole essere, il tentativo di somigliarvi e di costruire una vita che più ci somigli, e che riusciamo a vivere a sprazzi, per brevi momenti anche in un presidio, sono il precipitato di percorsi singolari e comuni che si intrecciano, che suonano di armonie e dissonanze. E che hanno al contempo la voce di sussurro delle parole d’affetto dei propri cari e l’urlo a squarciagola dei compagni nell’ora della lotta.

Qui la dichiarazione di Claudio: dichiarazione-di-claudio-contro-la-sorveglianza-speciale1

La mattinata si è conclusa con la comparsa di uno striscione in solidarietà ad Alfredo, in un affollato viale cittadino:


Sulle richieste di sorveglianza speciale per Claudio e Dario

A due compagni di Messina sono state notificate da poco due richieste di sorveglianza speciale.

In entrambi i casi le procedure di notifica sono state a dir poco torbide: in particolare, una di queste è stata consegnata l’ultimo giorno utile per non farla saltare, con un documento di una sola pagina, le restanti (poco meno di una 40ina) sono state recuperate dall’avvocato solo ieri.

La misura della sorveglianza speciale (non legata a specifiche accuse di reato ma ad arbitrarie analisii della personalità dell’individuo e dei possibili reati futuri, e i cui provvedimenti sono altrettanto discrezionali) è stata usata sempre più di frequente negli ultimi anni per tentare di fiaccare persone, rapporti sociali e realtà di lotta; come l’abbiamo sempre avversata continueremo a farlo e a essere solidali con chi viene colpito da questa misura di fascisti natali.

L’udienza si terrà il 2 novembre mattina al Tribunale di Messina.

Seguiranno prestissimo aggiornamenti.

Messina, 26 ottobre 2022

 

 

 

 

 

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Alcune notizie dal CPR di Caltanissetta e il resoconto di un’iniziativa volante contro di esso.

In una mattina d’agosto, alcunx solidalx si sono ritrovatx di fronte al cancello di Pian del Lago, a Caltanissetta, dove la guerra del regime di frontiera si esprime al suo meglio.
Pian del Lago, ex base militare trasformata nel 1998 in CPT, è ora un centro logistico fondamentale dove le persone migranti vengono rese sfruttabili ed espellibili e da cui poi vengono deportate. Qui si trovano l’ufficio immigrazione, il centro per richiedenti asilo e la struttura più strettamente detentiva, ovvero il Centro di Permanenza per il Rimpatrio (CPR). L’assenza di cure mediche -ad eccezione degli psicofarmaci-, i continui voli di deportazione che si susseguono senza alcuna possibilità di sottrarvisi sul piano legale, il caldo devastante in stanze senza ventilazione, in un luogo al centro di una Sicilia ancora più in fuoco per la catastrofe ecologica, rendono ancora più disumana la reclusione.
Negli ultimi mesi nei blocchi del CPR si sono susseguite molte proteste, duramente represse dalla polizia e dai carabinieri che si trovano numerosi di base nel campo. A fine giugno, in un ennesimo tentativo di rivolta una persona è caduta dal tetto e la polizia ha lasciato passare un tempo omicida prima che un’ambulanza potesse essere chiamata. A fine luglio, in uno dei blocchi del centro è stato appiccato un fuoco da chi ha preferito rischiare di morire bruciato, piuttosto che restare rinchiuso in un luogo peggiore del carcere -così infatti racconta chi è stato in entrambi- o venire deportato. Ogni settimana dei voli per la Tunisia e l’Egitto partono dalla Sicilia, riempiti dalle persone detenute nei CPR del sud d’Italia.
E’ anche per questo motivo che si è voluto tentare di inceppare concretamente la macchina della deportazione esprimendo solidarietà attiva a chi resiste nell’isolamento razzista di questo lager.
Se chi cercava di varcare il cancello per andare a lavorare dentro il centro per una volta si è sentito molto a disagio nel farlo, le donne e gli uomini razzializzatx in attesa dell’apertura dell’ufficio immigrazione si sono invece sentite rincuorate dalla presenza di chi stava denunciando le forme di crudele violenza, ricatto perenne e razzismo con cui lo stato rende invivibili le loro vite. Nelle chiacchiere con alcunx altrx migrantx che vivono nel centro per richiedenti asilo sono emerse le condizioni di abbandono e miseria in cui vengono lasciatx nell’”accoglienza”. Pur non essendo a conoscenza dell’esistenza di un carcere vicino alle loro camerate – il CPR-, hanno raccontato delle grida e delle battiture che si sentono provenire da là, dove l’alta recinzione isola i blocchi dove son reclusi coloro a cui vengono negati i documenti.
Grazie alla presenza dex compagnx, il bus con cui normalmente vengono portate all’aeroporto le persone deportate è stato bloccato per due ore all’interno del centro.
Rispetto all’imponenza militare del dispositivo di repressione e deportazione, questa mattinata di lotta è stata ben poca cosa. Seppur, ci mostra l’importanza di continuare a pensare che la guerra contro chi vuole muoversi da quei luoghi in cui la democratica Europa si è costruita – e continua a farlo – torturando, stuprando e facendo massacri, può essere fermata.

Brick by brick, wall by wall, we will make the European Fortress fall!


Volantino contro il carcere

Veniamo tuttx addestratx, con una violenza tanto piu’ feroce quanto piu’ difficile da riconoscere, a
sopravvivere sempre piu’ (de)privatx di legami solidali, isolatx da contesti e relazioni la cui
intensita’ potrebbe far vacillare la dipendenza degli individui dallo stato e dal mercato: vietato
battere sentieri alternativi, vietato cercare – lottando e arraggiandosi – un’altra maniera di vivere.
Veniamo da due anni nei quali e’ stato possibile, per chiunque non sia accecato dalla propaganda
stregonesca dei padroni, vedere di cosa sia capace il Potere pur di rinsaldare le redini del proprio
dominio proprio nel momento in cui il suo impianto vacilla su tutti i fronti rischiando di portare il
pianeta e gli umani alla catastrofe. Le armi di cui dispone si sono affinate sopra e contro i nostri
corpi lungo il corso dei secoli: se oggi ad una rivolta nelle carceri si risponde ripristinando la pena
di morte, come avvenuto nel carcere di Modena e altri istituti detentivi durante il primo lockdown,
quando 15 persone sono state brutalmente massacrate dalla polizia, o chiedendo l’introduzione del
taser come strumento nelle mani dei secondini per impedire sul nascere ogni ribellione, come
avvenuto a Noto qualche settimana fa, ieri si sono messe sul rogo le streghe, si sono poste le basi
della ricchezza occidentale sulle macchie di sangue del colonialismo e dello sterminio, si sono
soppressi i saperi meno funzionali alla logica della valorizzazione capitalistica, per spianare la
strada a un ordine sociale patriarcale e gerarchico: il regno delle merci e dei signori degli eserciti.
Per quanto potenti siano i mezzi di cui dispone, la storia delle persone che cercano con ogni mezzo
necessario di autodeterminare la propria esistenza, e’ ricca di resistenze, rivolte, battaglie di difesa e
di attacco illuminate dall’ardore dei propri cuori – incapaci di adeguarsi alla pressione sociale che
imporrebbe di sopprimerne il battito ogni volta che ascoltarlo significa invece mettere in
discussione la morale dominante che pretende di regolare (servendosi ieri dei preti, oggi degli
psichiatri e dei giudici) i rapporti affettivi, sessuali, proprietari e di cura vigenti tra gli individui. Se
dal profilo tracciato da forze dell’ordine ed “esperti” risulta che io sia “pericolosx socialmente”,
posso vedermi applicata una misura disciplinare come la sorveglianza speciale pur in totale assenza
di prove di reato: il pericolo, il crimine che li contiene tutti, per lo stato e’ cio’ che sono. E questo
vale per le individualita’ anarchiche, cosi’ come per chi ha la sola colpa di non avere documenti, di
aver varcato una frontiera. Galere e cpr sono il volto piu’ vero e piu’ rimosso dell’ordine sociale in
cui viviamo. Chi, come Alfredo, Anna, Juan, ha dedicato la sua vita a mettere negli ingranaggi dell
oppressione quanta piu’ sabbia possibile, paga oggi un prezzo altissimo: 28 anni di condanna e
l’accusa di attentato con finalita’ di terrorismo per un ordigno alla sede della lega (azione che non ha
fatto alcun ferito, nel paese di piazza fontana, portella della ginestra, stazione di bologna), la
richiesta di ergastolo per azioni dello stesso tenore, il 41 bis per chi si e’ rivendicato le pratiche
rivoluzionarie, tra cui la gambizzazione del manager dell’ansaldo nucleare, dimostrano il pugno di
ferro che lo stato e’ disposto ad usare; ma anche, a saperla vedere, la paura che i potenti hanno di un
incontro tra la rabbia che cova nel petto di moltissime persone comuni e la minoranza che agisce
coscientemente mossa da un desiderio di sovvertimento radicale. Il recente processo ai militanti del
SI cobas in seguito alle lotte nel settore della logistica e’ il segno visibile che la posta in palio e’ per
tutte e tutti il restringimento degli spazi di agibilita’ esistenziale.
Il 41 bis e’ un regime detentivo che merita un’attenzione particolare – e alla cui soppressione
generalizzata dovremo orientare molte delle nostre forze. Si tratta di una vera e propria tortura, di
una dichiarazione di guerra rivolta verso il nemico interno. Applicato inizialmente con l’intento
proclamato di stroncare e assestare il colpo di grazia alle organizzazioni mafiose, e’ stato via via
esteso a reati di terrorismo – provando sempre piu’ ad integrare in questa categoria le forme non
spettacolari di conflitto sociale. Noi che abbiamo conosciuto, nei nostri territori, la mafia come
garante della riproduzione di rapporti sociali e codici di produzione di forme di coscienza
totalmente funzionali alla logica del capitale; noi che sappiamo quantx compagnx siano statx
repressx e uccisx per avere occupato le terre dei latifondisti insieme ai contadini, diciamo col cuore
in gola che questa menzogna della lotta alla mafia da parte dello stato non ce la beviamo.
Ci battiamo insieme contro la mafia, contro il carcere e il 41 bis, contro lo stato e tutte le sue
gabbie.
Si accorgeranno, provando a seppellirla in carcere, che la rivolta e’ un seme che non smettera’ mai di
germogliare.


Una giornata A-normale

Lunedi 18 Aprile, giorno di Pasquetta, abbiamo liberato un parco in teoria pubblico, ma nei fatti sottratto alla collettività da 50 anni per via di un contenzioso tra il Comune di Messina e l’INGV, oggetto di decine e decine di promesse, campagne elettorali, ma di fatto mai aperto, se non da altri gruppi in lotta, nel 2014 e 2017.

 

Perché occupare un luogo, all’interno del quale a un certo punto si mangia e si canta, si balla e si gioca a nascondino, per protestare contro le guerre? Ciò che sentiamo profondamente è che ogni volta che riusciamo a sprigionare la forza d’urto che cova nel nostro petto, a sperimentare la bellezza dei momenti sottratti alla legge del mercato e alla legge del più prepotente, sentiamo crescere un mondo nuovo dentro di noi. E anche se questo non fermerà la brutalità della guerra, può arginare l’atrofizzarsi delle nostre sensibilità e delle nostre intelligenze, darci armi e stimoli per non essere complici passivi dei guerrafondai e per non abituarci all’orrore.

Il dispiegamento delle forze – sedicenti – dell’ordine è stato imponente: per far fronte a 20-30 persone che avevano oltrepassato un cancello e alla dozzina di solidali fuori dalle sbarre, nel giro di mezz’ora sono stati mobilitati municipale, carabinieri, polizia, digos; nel momento clou del dispiegamento, a bloccare il traffico sulla strada ci saranno state tra le cinque e le sette volanti. Un assedio durato più di quattro ore per cui sono stati scomodati colonnelli, marescialli, tenenti; in cui è stata utilizzata ogni forma di persuasione, dalla captatio benevolentia, alle minacce, ai colpi di tenaglia sulle mani, alle spinte giù dai muri. E’ ironico pensare che questo dispiegamento di forze, con armi di vario genere (dalle pistole ai nuovissimi taser) accusasse di aver commesso un atto di violenza chi aveva oltrepassato un cancello, armato solo di volontà di cuore e qualche gesto di sano disprezzo per chi la violenza la pratica a nome dello Stato e per una paga mensile!

Alla fine, dopo aver identificato alcuni dei presenti, il parco è stato lasciato aperto, le persone (tante, da chi aspettava, a chi passava di là per caso, a chi lo ha saputo a cose già concluse) sono potute entrare per ritrovarsi insieme a festeggiare un luogo aperto.

Sarà la corsa alle elezioni – in cui ogni argomento diventa pubblicità -, sarà la guerra tra gli Stati – che pretende una ancor più forte controllo negli Stati -, o sarà che l’apatia degli ultimi anni di paura e solitudine ha fatto percepire una cosa già successa come un’esplosione di novità intollerabile; o sarà perchè, nel bisogno di assecondare i desideri di lotta e socialità, non si è minimamente preso in considerazione quanto fastidio potessimo dare a chi dà gli ordini, quante parole avremmo fatto sprecare a candidati, giornali e commentatori vari. O, magari, sono tutte queste cose insieme.

I giornali locali hanno detto che volevamo puntare i riflettori sulla diatriba del parco, hanno titolato con uno ‘sgombero’ che non è avvenuto; ma lasciateci dire che gli unici riflettori che vogliamo puntare sono sui nostri cuori, l’unico obiettivo che volevamo raggiungere era riprendere possesso delle nostre possibilità.

Siamo una collettività di individui che vuole formare comunità, senza aspettare che qualcuno glielo conceda.Sottrarre uno spazio, tra l’altro uno dei pochi parchi della città, a chi vive il territorio è espressione della prepotenza di chi governa che impone i propri interessi alle necessità e ai desideri concreti degli individui e delle collettività. Nella stessa logica coloniale altri territori (interni o esterni) vengono strappati alle comunità locali sulla base di interessi economico-militari (come è successo nella sughereta di Niscemi per la costruzione della base militare americana, a Sigonella per la costruzione della base NATO, per l’allargamento della quale sono già stati espropriati centinaia di ettari di campagna, in Africa per la costruzione dei pozzi petroliferi da parte dell’Eni, nella foresta Amazzonica per la produzione di materie prime da parte dell’imprenditoria tessile dei Benetton, in Palestina per la costruzione dello stato di Israele e la lista potrebbe continuare all’infinito).

Due anni di gestione militare della pandemia, accompagnata da una narrazione dominante che condanna e ostacola ogni espressione minimamente dissonante e che pervade ormai il nostro stesso sentire, hanno ulteriormente accelerato il processo di alienazione dai propri bisogni e desideri. L’introiezione dei concetti di divieto di circolazione e di aggregazione, distanziamento, isolamento, mutilazione corporea (mascherine, guanti, divieto di abbracciarsi e di baciarci), e persino rinuncia di una gestione libera e autonoma della propria salute, ha reso automatica, quasi spontanea, l’autocensura, l’autorepressione. Ci troviamo ormai a fare i conti con i tribunali interiori prima che con quelli reali per aver disobbedito a una legge che non ci interroghiamo neanche più quanto sia conforme alla nostra idea di giustizia. Ci siamo così abituati all’esistenza dei confini e delle frontiere da averne introiettato il limite.

 

Lunedì mattina abbiamo trovato assieme il coraggio di resistere alle forze dell’ordine che volevano sgomberare il parco. Quei momenti di conflitto ci hanno aiutato a superare l’isolamento e il senso di impotenza e a far cadere i veli dell’educazione all’ubbidienza che ci è stata inculcata. Il motto della giornata è stato: il parco è aperto a tutti tranne che agli uomini armati!

 

Siamo convinti che solo una collettività di persone determinate a stare in ascolto (dell’altr_, del territorio, dell’aria del tempo) possa ri-creare una comunità di libertà, attenzione, e cura per sè stess_ e per tutt_.

In netta contrapposizione con chi vede nel sistema del capitale (e in quello della guerra, che ne è parte integrante) il mezzo più conveniente per arricchirsi; un invito a immaginare e sèperimentare altri ondi possibili anche a chi finora non lo ha fatto.

 

Ci siamo date l’assemblea come modo orizzontale per confrontarci, mettere in comune emozioni ed energie, e organizzarci. Senza smettere di interrogarci sui metodi comunicativi di questo strumento affinchè ciascuna possa trovare al suo interno la libertà di esprimersi con franchezza e dare il proprio apporto.

 

 

            Ribelli di Parco Stefano Cucchi

  • contro tutte le guerre,

contro tutti gli eserciti,

contro tutti i confini.