C’è dell’acqua, è straripata.
Dei corsi connettono le montagne al mare in questa lingua di terra. Una lingua sanguinante a causa delle tante ferite nel trattenersi.
Ci sono delle parole, sono straripate.
Poi ci sono delle griglie, incroci, alcuni diavoli si incontrano solo li, agli incroci. Strade grosse, strade interdette, strade affluenti.
Ci sono fili che si intessono nei decenni, nei secoli. Alcuni sotterrati nei loculi di quello che è stato, nella sua putrefazione a venire. La certezza, la percezione. Neuroni specchio, acceccanti riflessi di ciò che dimostra essere vivido in noi restituitoci da quanto ci sembra essere, invece, fuori. Meccanismi di auto-difesa fanno confonderci, diluendosi così nella netta separazione da ciò che solo guardiamo senza manco lontanamente avvicinarci a vederlo. E così è un attimo che, con la presunzione di stare dal lato giusto della storia, si prendono le parti degli intessitori di gabbie. Hanno spaccato il suolo relazionale che circonda il nostro esistere, ne hanno fatto carne da macello e servito sotto forma di squisite polpettine al peggiore degli offerenti. L’ennesimo muro costruito con degli scudi, dividendo non solo spazi urbani ma anche mentali, dello spirito. Chi presuppone essere santone vuole dirigire il rito, lo scettro è la penna; o il ditino che batte sulla tastiera; o la lingua che sminuzza libidini in qualche giudizio. Nel frattempo, sparlottano consigli e personalità della mondana opposizione a ribasso. Quanto aspettavano famelici la portata di questa scorpacciata, “gli assassini sono tutti ai loro posti”, condividono la tavolata.
Coloro che tutto e tutte riempono di “per” scorrazzano, maledetti, questi non hanno che rantolare il grido del loro pseudo allineamento, qualcosa che ormai fatto solo di spasmi tenta ancora lo sguisciare nella psiche di quattro solottieri locali. Qualunque loro sia la posizione, le labbra sono state (s)vendute. Cuscinetti si sentono, ma la loro convivenza con la convenienza li ha smussati a freno motore ormai corroso di un motore altrettanto corroso, frizione bruciata, fetide intenzioni tutte volte alla retromarcia. La sbandata è tutt’altro che garantita, quanto piuttosto una piattaforma ben programmata per seguire le linee di sta carreggiata con soste panorama annesse. Le iniezioni letali di cemento sono già quelle che, intorpiditi i neuroni, annullano ogni tensione alla tensione; annullano ogni propensione all’irreversibile domanda sul tutto. Carotaggi di persone hanno permesso una misurazione quasi niente sbagliata di macro-aree sentimentali, catalogando(ci) in mega gruppi nei quali contenitori ci si mette troppo spesso volontariamente. Eccoli qui i cantieri del ponte tanto attesi, le reti arancioni, l’ennesima dissociazione di un mondo sempre più distante. Unapropensione all’arroganza del pastore d’anime ed alla ricerca di un argine dal quale mai fuoriuscire. Sanno bene verso dove far sputare le loro linguacce e quale bestia sbranare per ridurla in strazio con la loro danza sterilizzatrice di vita.
Quanti specchi per allodole sparsi nella loro “presenza sul territorio”, nel loro marketing della lotta (CHE VOMITO!); quanta melassa per piante mai in infiorescenza, sbocciare inesorabile di una baraonda priva di rumore. Pilastri monolitici ed imponenti sono le loro leggi, tutte volte alla rassegnazione, tutte volte al numero, alla statistica.
NON SI RESPIRA E QUANDO SI CEDE IN SONNI DELLA MENTE IL SUSSULTO CARDIACO DELL’APNEA TARDA AD ARRIVARE..
Al motto di “ascolto tutti” e “mi voglio vendere a tutti” si perdono nel niente; una montagna di scartoffie da legali stende il loro tappeto rosso, ormai ridotto a straccio dallo sgommare dei loro tacchi impomatati. Tappeti sui quali da sempre si mette in scena la tragi-commedia del “non era il momento”, “il bello o il brutto deve ancora arrivare” e tutta la loro vasta gamma di secondi fini. Hanno badato bene a transennare questi steli di notorietà a suon di delegati e delegazioni, a suon di “se eravamo solo in tre avevamo già risolto tutto”, per ben prendere distanza da mani ed occhi di tutte quelle bestioline che tanto necessitano nello sciorinare le loro belle parole. Quelle stesse bestie, se gli saltassero addosso, le scaccerebbero con fare inorridito! “VIOLENTI”, “NON IN MIO NOME”. Ecco i dispositivi con i quali hanno tacciato chi si scaglia contro ogni fardello che pende, come una scure. Ci dicono che chi non indossa un sorriso compiacente e maneggia una scintillante penna che spara firme e ricorsi è pregata di starsene a casa o, meglio, IN UNA CELLA!
“VE LO SIETE CERCATI”, lasciano schioccare insieme alle manganellate.
Svolazzano in circolo sulla carcassa del loro stesso delitto. Attendono l’allargamento delle maglie ad opera dei loro vili servi “locali”, per poi potersi inflitrare come parassiti che scavano tunnel sotterranei. Li si può osservare propugnare azioni burocratiche mentre guardano con ribrezzo chiunque non si lasci infatuare dal loro cancerogeno alitare. Guai a mettere a repentaglio le infrastrutture attraverso cui il loro stesso (in)successo si muove, impulsando l’umanoide stato attraverso plastiche pose di opposizione, voli charter per Acquisgrana e accorate canzoncine natalizie davanti ai palazzi ai quali loro stessi ambirebbero nella loro cieca ego-masturbazione. Ma mai minacerebbero l’abolizione del tutto, mai la invocherebbero credendoci per davvero. Alimentatori di un continuo dormire dello spirito, replicano l’immagine di una rivoluzione possibile solo attraverso il frenetico affaccendarsi tra uffici e marche da bollo.
“Un carnevale per smascherarli”, i sacerdoti del possibile del non possibile si sono mostrati, strillano che il tabù, oggetto del loro rito, è stato sconsacrato. Dei selvaggi lo hanno gettato nel fango. La vita in formalina, tutto posticipato: “non è il momento”; “è un percorso” etc. Tutto viene modulato in base a qualcosa che non è adesso,ora non esiste. Oggi non vi è niente, ma vi è contemporaneamente tutto, tutto ciò che serve alla posticipazione di vita. Insomma, una non-vita a rilascio prolungato, un continuo sacrificio dell’estasi nel presente in nome di non meglio precisati benefici futuri.
LA SOSPENSIONE È SOLO QUELLA DEL TEMPO DEL RESPIRO. OSSIA UN INCUBO.
Tutto verrà , ma non adesso, strillano certe esistenze. Un rimando diventa così già predisposizione per il prossimo ed, allo stesso momento, frutto del precedente; immanente al brutto, al nulla. Nel loop perenne dello stesso sentire, del perenne tutto come prima, si traformano nell’elogio del FINITO! Si mettono in scena sempre le stesse dinamiche senza margine di modifica, si crea un’etica in base alla quale certi pennivendoli filtrano quanto possibile, auspicabile, e cosa, invece, impossibile, da evitare come la peste. E su questo ritmo, su tale brutto battito, le cessioni di porzioni, via via sempre maggiori, dei ciò che si è. Nella postura dell’evitare di “prestare il fianco” si indossano scarponi di cemento che costringono all’asfissia degli abbissi.
Dimenticando, dimenticando, dimenticando, dimenticando, dimenticando.
Alcuni imprevisti atterriscono lo schiacciamento al dovere, lo mettono fondamentalmente in dubbio, scuotendone le radici nel più profondo; spesse volte ci si rende conto di questo quando si ha fame d’ossigeno.
MA NON RIMAS(T)E SOLE!
Certe volte capita che si percepisca il bisogno di lasciarsi stringere dal chiudersi di una serranda. Delle volte capita che ci ritroviamo intorpidite in posizione fetale ad osservare il nulla, il vuoto, un silenzio. Ci si percepisce sole, rintrizzite nelle nostre sofferenze, il divario si rende percettibilmente incolmabile. Certe volte, delle volte, invece…invece…invece si apre una porta, forse più di una, nuove complicità accudiscono così ciò che sembrava il divenire di un atomo isolato. Lo scindono dalla solitudine raggelante e rendendo tutto possibile, sia in capo all’uno che al molteplice, paventano nuove possibilità. La brezza del cambio stagione così riempe i polmoni, i fiori sbocciano ed il polline, ormai, è stato tutto cosparso per aria e viaggia e viaggia e viaggia. Quell’aria stantia, travolta dalla corrente, adesso diventa flusso in piena, fischio assordante, molteplicità di persone ora un pò meno sole. Mentre alcuni consegnavano chi reputavano feccia alla stretta securitaria e moralista, alla possibilità repressiva; altre persone, invece, sbigottivano davanti allo smascheramento di tutte queste trappole e, complici, incominciavano ad incrociare i propri respiri. La frattura è molteplice, non può certo essere univoca come provano a convincere tutte le certe penne taglienti, questa si è invece espansa e sta attraversando diversi cuori che, ancora, si arrogano il bello di battere in petto. Tantissime persone hanno visto cosa si cela dietro quei bei sorrisi che spesso si incrociano per strada oppure a certe liturgie; tantissime persone si stanno mettendo in dubbio, stanno interrogandosi su quanto valga veramente la pena di consegnarsi a tale bruttura. Adesso le cose si fanno sempre più evidenti, il calice non è più nel sacrario, ha rovesciato il sangue sulla tovaglia e, mentre c’è chi pensa a tamponare ed assorbire la macchia, altre tornano a riempire quel bicchiere. Ilpalcoscenico è stato livellato, adesso stiamo tutte sullo stesso piano della scena, IL RE È NUDO!!! SIAMO NUDE…
Che succede? Ho le farfalle nello stomaco, un subbuglio di emozioni. Sta capitando che il corpo ceda alla focosità dei pensieri, sublimandosi in una specie di stato pre-allucinatorio. Crisi di panico? Che succede? Ho il respiro che sibbilla… si affanna, si fa pesante. Ho la mente che corre da tutte le parti, non riesco a non muovermi in questa stasi dello stare attonito. Che succede? Ora è rimasto un pò meno sole…
Una banda di psico-maghe ha fatto vedere che sarti incravattati cucivano un vestito su misura che nessuna avrebbe potuto vedere e brindavano e brindavano. Quando il re si mostrò al popolo per farsi fregio della sua nuova veste nessuno riusciva a vederla, ma era costata tanto sangue. Ormai le case erano state svuotate, la gente cacciata, gli animali non piu benvenuti e la natura penetrata con tutta la violenza che questo mondo ci ha saputo dimostrare nella sua lunga storia intrisa di stupro. Erano incravattati, occhiali da sole con lenti molto scure e il savoir-faire di chi ne ha collezionati tanti di inganni riusciti. Le tasche traboccavano il lusso sanguigno che avevano estorto a tutte le esistenze durante il loro passaggio. E la gente? La gente, la gente, la gente… La gente si è incontrata e questo è inesorabile, come lo è anche l’inganno per certi versi. Ma quanti spifferi di aria fresca sono giunti da angoli forse anche impensabili? L’IMPREVISTO. Qualcosa è cambiato nella storia che raccontavano quelle viandanti del primo rigo qui a questo paragrafo; si sono svelate prepotenti delle variabili, infinite come sempre. Delle tribù hanno ballato grazie anche a certi suoni magici. Quali danze? TANTISSIME. C’erano due collane scintillanti che recitavano “NOPONTE”, e si!! Il suolo ha avuto un ottima occasione per tremare!! E poi l’entusiasmo di essersi scoperte da sempre vicini, a prescindere da tutti sti macete squarcia-relazioni. Hanno danzato respiri, giravolte, incroci e piroette. Quanti occhi hanno voluto riconoscersi?! Quanti hanno voluto conscersi?!
E poi in certi momenti si può sbirciare tutto il contrario della solitudine; il respiro è un boato!
La cronaca cronicizza malessere e lo incanta in degli istanti, da li il teatrino dell’orrore. Ma quanto nell’adesso invece non si è mai arrestato nessun continuo perenne? Hanno bloccato il tempo del respiro al loro croce via. Lo hanno bloccato con l’aiuto di tutti i ‘blabla’ della situazione; ma quanto altro ancora invece esiste? Mesi in cui il rumore dei passi all’entrata della caverna scaturivano più curiosità che diffidenza. Una propensione ad uscire dal covo delle nostre routine. Vediamoci e non per siglare chissà quale compromesso. Vediamoci perchè lo abbiamo fatto, alcune persone hanno smesso per degli istanti di guardare ed hanno incominciato a vedere, trovandosi cosi nelle orme di certe affinità. Vediamoci perchè, ancora, “gli assassini sono tutti ai loro posti” e continuano la loro mortifera presenza. Vediamoci ancora perchè questi stanno intessendo la criminalizzazione della vita, lo stanno facendo sulle nostre esistenze, chiudendo piazze e vie a persone considerate indesiderabili. Lo hanno dimostrato, mirino e grilletto funzionano. Sanno a chi rivolgere le loro additate varie. Le zone sono già rosse perchè le hanno intrise del sangue delle loro sofferenze imposte, proprio il sangue di quelle persone, fosse anche solo metaforico, non è più benvenuto. “Basta; adesso solo prosciugare!! non viè più nulla da elargire a sti quattro straccioni!!” E già subito l’ossessione, più occhi, più controlli, isolare, impedire, reprimere di più!!!!
CHI È COMPLICE DI CHI?!
Lo sceneggiato continua e assume sempre più forme, in linea con il contenitore che ne permette l’esistenza assume caratteristiche muta-forme; cambia, distrugge il vecchio in un anelare continuo di nuovo, costruito sulla totale negazione di tutto, continuando ad essere inafferrabile, irraggiungibile. Una vita ridotta così a ruoli, specifici ed incistati, nella loro azione asfissiante. La corsa per raggiungersi la punta del naso.. chiaro che chi ha depositato la fanciullezza tenterà di infantilizzare chi concepisce inferiore e questo è stato; un tripudio di gerarchizzazione e ammiccamento con tenebrose piattaforme. Quanta compiacenza da telecamera; mamma, papà, zii e tutte quelle catene familiari. Ma veramente l’unico suono storno che sapete emettere è un patriarcale rimprovero?! Adoratori dello stesso processo che strozza l’esistente, lo affoga, lo stupra. Adoratori dello ‘status quo’, poiché è proprio da questa posizione che mai si contratteranno tutti i privilegi che caratterizzano moltissime delle nostre quotidianità, moltissimi dei nostri compromessi con i vari guinzagli a cui questa vita ci sottopone. Adoratori della posizione che credete di esservi guadagnati e dalla quale osservate tutto con estremo ribrezzo o voltando le spalle quando necessario. Formalina dell’esistere ci si inviluppa in scimmiottanti commenti, giungendo fino al cordiale compromesso da ciarla televisiva. Chiaro, anche queste parole sono molto confinanti in realtà, e mai ridurrei le moltiplici sfumature a certe brutture che si mostrano prepotenti tra i raggi.
Riusciamo a prenderci un momento per distruggere tutte queste armature ignobili che ci appesantiscono il passo?
“LA PIOGGIA DI SOLDI”
Sembra una parola d’ordine, la parola che si sussura all’orecchio per scaturire emozioni strabilianti. La pioggia di soldi. La pioggia; la pioggia, sembra appropriato questa metafora in un luogo della terra dove la pioggia porta con se diverse verità. Qui, piove e frana. Sembra che di volta in volta il trucco appostosi sulle loro belle espressioni si grattugi ad ogni cedere di ogni pezzo della terra che vorrebbero tenere aggrappata, particolarmente ai loro profitti. Un ponte; “sembra un checkpoint, uno di quei luoghi dove ci sono i militari a chiedere documenti e quant’altro”… Ecco la “guerra” tra progresso e natura, ecco la separazioni tra un “noi” (umano) e tutto il resto (inumano). Ma non è un richiamo ancestrale, non è la proposta di una cosmo-visione alternativa all’antropocentrismo. È proprio una condizione di fatto che quando la collina crolla e le strade chiudono, si mette in campo tutta una narrazione da trincea. Blocchi di cemento chiudono il passaggio di un ponte, “non ci sono vie di fuga”, “servono interventi immediati” etc. AIUTOO!!! La raccontano come un’invasione, quella del fango, non come l’erosione perpetuata da decenni di cemento; la raccontano come la colpa di qualche piromane, non come quella di un sistema che sistematicamente carbonizza vita; la raccontano come abuso del singolo, delle case costruite a ridosso del letto del torrente, non come il dolo di una tecnica misantropa ed assassina. Ancora raccontano che l’opera ingegneristica è imbiasimabile, poiché è con la scienza che bisognerebbe vedersela (“chi sarò mai io?!”), e che bisogna solo capire come far incastrare al meglio questo pezzo di puzzle…peccato che si parla di un ponte a campata unica di circa 3km, di rotaie, di gallerie, di tiranti, aree logistiche, vite invase, vite espropriate… ancora provano a raccontarsi e raccontarci la barzelletta di poter “garantire che questa legge di Stato (il ponte sullo Stretto di Messina) non impatti troppo sulla vita dei cittadini”. E il modo quale sarebbe? Quello di garantirci un’ulteriorità di cemento? Le opere “complementari” le chiamano, non compensative, perché (anche se fosse che con il cemento si possa compensare altro cemento) loro “non hanno da compensare proprio nulla”. Come “tutelare” dalla cantierizzazione totale? Prevedere ulteriori cantieri! Ma si, sarà anche vero che non ci sveglieremo dall’oggi al domani con lo Stretto completamente cantierizzato, ma è anche vero che forse non bisognerebbe troppo prendere sotto gamba quest’affermazione. Che le rive dello Stretto non saranno in meno di 24h invase da reti arancioni non avevamo dubbi, come non vi sono dubbi che sono decenni che fate profitto anche su queste spalle. Inoltre, sembra opportuno riflettere su questa gradualità di infiltrazione, goccia dopo goccia. Sembra, dall’altro lato, anche un monito a chi sta qui a rimandare e rimandare, poiché fattispecie a parte, è vero che se si sta rimandando un’eventuale resistenza a quando il symbolum si manifesterà (come conferma il tacito annuire di un certo ‘Ponzio Pelato’ :] ) ci stiamo predisponendo al possibile, tristissimo, sommozzante, “ormai è troppo tardi”.
Non che sia mai veramente troppo tardi, non che esiste un momento in cui veramente ci si possa considerare pacificati con l’esistente; ma ci si può immaginare come, di fronte a fortini ben militarizzati, gli animi di certe persone non saranno così ringalluzziti come starnazzano al giorno d’oggi.
…Ma questo resta solo un punto di vista…
LA FAME REPRESSIVA, L’AUTO-CRITICA DEGLI ASSENTI E MANI CHE PUZZANO DI LAVATO
Uno spicciolo sottolineare quello dei conniventi, in cerca di una perenne mediazione, pretendono dare interpretazione di quanto non hanno manco lontanamente annusato. Pretendono di conoscere quanto accaduto seppur erano altrove, chissà dove, sin dal momento zero. Eppure, sin dalle prime notizie, la necessità di sottolineare la loro assenza era predominante. Cosa è successo dopo? In che momento hanno assunto la visuale di chi c’era? Ma poi sembra quanto meno contraddittorio presuppore una criminalizzazione a monte di quanto avviene per le strade, come fanno questi capi in saldo a non rendersi conto che sono parte integrante del processo di criminalizzazione, che si rende evidente solo a posteriori?Cosi mentre si sciacquavano il trucco con bieco garantismo (“lo si può fare nel limite del consentito”) non si rendevano manco conto di aver partecipato all’orrendo spettacolo delle apparenze. Sarebbe stato bello vedervi goffi, ma eravate solo confusi, inneggiando alla libera interpretazione di quanto dipingevate oggettivo (“le immagini sono oggettive, poi ognuno le interpreta come vuole”). E nel frattempo, gli stessi, evocavano l’azione giusta ed opportuna degli organi di controllo e sicurezza (si ricorda Vendola e le sue dichiarazioni in relazione al “lavoro buono” dei servizi segreti nel contesto valsusino). Che non basti questa similitudine per dare spazio a banali elucubrazioni su quanto la possibilità di interfacciarsi ad una lotta sia direttamente proporzionale alla vicinanza di nascita al luogo ove quella lotta accade. Cioè mentre gridate PACE, fuggendo dal conflitto, in un mondo sfasciato dalle GUERRE, avete la sfacciataggine di invitare “i violenti del nord” a non venire a strumentalizzare la protesta, che sembra appartenergli come un animale da compagnia. Sostanzialmente la prossima volta che bisbiglierete “free Gaza” immaginatevi qualcuno che possa dirvi “zitto, sei di Messina!”…
Insomma, ogni modo è buono per pensare altrove, agire altrove, respingere altrove e mai, ma dico mai, ascoltare veramente quanto accade attorno a loro!
DEUS EX MACHINA?! NARRATORE ONNISCENTE?! IGNAVO!!
Basterebbe ad un certo punto arrivati di questa non-storiella riportare quasi letteralmente quanto udito nel corso dei giorni. La non necessità di affermare idee concrete e convinte attraverso quanto viene definito con il termine “violenza”. Ma quanti interrogativi a fronte di questa bella lezioncina dalla “torre d’avorio”? Forse si potrebbe fare un salto a piè pari chiedendosi cosa sia violenza? E da qui perdersi in un’infinità irriducibile a nessuna delegazione di senso. Ma cos’è violenza? Forse si potrebbe riflettere sulle posizioni di chi la fa e di chi la subisce? Ma quanto questo sarebbe esaustivo nel tratteggiare la molteplicità di quanto “attivo” e “passivo” possano significare e quali posizioni determinano in seno alla società vissuta? La sessualizzazione del tutto, laddove non ha attecchito in termine di possesso fisico e diretto, si è trasformata in pornografia, resa scientifica dalla presenza della voce esperta. Il narratore, il distaccato, colui che non ha alcuna “posizione ideologica”. Un’orgia di squallore in presa diretta praticamente. Il paterno invito di “avere fiducia in se stessi” e di non dover dunque ricorrere alla violenza suona male a fronte di 58 persone in stato di detenzione decedute dall’inizio del 2025 (di cui 15 suicide); suona ridicolo davanti al boato di ogni bomba che viene sganciata ad ogni latitudine del mondo, a fronte dei quasi 50.000 morti di Gaza a gennaio; suona stridente vedendo il sangue che sgocciola dai fili spinati delle nostre frontiere, alle morti in mare ed alle vite che fuggono dal latrare dei cani e dei loro padroni; suona cupo all’immagine del G8 di Genova, della scuola Diaz, di Bolzaneto; suona ridicolo pensando ad Aldrovandi, Cucchi, Giuliani e una lista tendenzialmente infinita di barbarie a mano armata; suona quantomeno ridicolo dopo tutte le carcerazioni che la gente ha conosciuto durante i ‘lockdown’ della dichiarata pandemia.
…..
da: Akkarod Berht
“Anche se avete chiuso
Le vostre porte sul nostro muso
La notte che le pantere
Ci mordevano il sedere
Lasciandoci in buonafede
Massacrare sui marciapiede
Anche se ora ve ne fregate
Voi quella notte, voi c’eravate”
De Andrè-“Canzone del maggio”