
Questo incontro è una risposta alla chiamata di solidarietà nelle giornate dal 10 al 12 luglio, in vista del riesame per le persone arrestate nell’operazione del16 giugno. Inquisite per i sabotaggi alle linee ferroviarie nel periodo delle olimpiadi invernali di Milano-Cortina ed accusate di “associazione terroristica con finalità di eversione dell’ordine democratico” (art. 270-bis c.p.); sempre in questa stessa tornata repressiva si è vista l’applicazione del reato di “terrorismo della parola” (art. 270- quinques-3 c.p) introdotto da una delle ultime recenti versione “sicurezza” del governo Meloni, un reato che facilita la carcerazione (quanto meno preventiva) di chiunque detenga materiale scritto cui contenuto sia considerato un’istigazione al compimento di reati, “la detenzione di materiale con finalità di terrorismo”. L’operazione del 16 giugno è stata anche una languida occasione per la forza pubblica di condurre lo sgombero dello spazio occupato Bencivenga, conducendo così l’ennesima azione di guerra totale alle modalità dello stare insieme che non si schiacciano in quelle consentite dal “ordine democratico” e dalle modalità del consumo che ci vogliono sorridenti ma in silenzio.
L’impianto accusatorio che ha convinto il gip alla carcerazione preventiva di Bibi, Arnau, Nico, Ste, Micol, Pietro, Tony e Luna farebbe riferimento anche ad alcune recenti lotte che si sono sviluppate per lo stivale. In particolar modo quelle in solidarietà allo sciopero della fame di Alfredo Cospito contro il regime del 41-bis e l’ergastolo ostativo, iniziato il 20 ottobre 2022 e durato 181 giorni. Una mobilitazione che ha superato i confini nazionali e si è concretizzata con cortei radicali in diverse città, con azioni di sabotaggio, scioperi e rivolte nelle carceri, etc. L’ agire solidarietà si è così confermata un’arma potente capace di mettere seriamente in dubbio la legittimità di questa macchina di morte che si tiene in piedi infliggendo ulteriori condanne.
In questo contesto, tanto la solidarietà agita che la risposta repressiva hanno creato un ponte tra le lotte in solidarietà con Alfredo e le mobilitazioni con la Palestina. Tanto nelle strade che nei luoghi della detenzione, vedi le azioni di Prisoners for Palestine. Una continuità certamente notata dal monopolista della violenza sua maestà lo stato che ha presto utilizzato le stesse armi contro chiunque dimostrasse una qualunque forma di dissenso. “La grandinata di denunce e arresti e misure preventive nei confronti di quellx che si definiscono attivistx è li a testimoniare che, certo, questo governo è più zelante di altri nel reprimere fino al semplice dissenso, ma questa furia castigatrice ci dice anche che il leviatano deve colpire per mantenersi in vita, scagliandosi sempre più spesso e sempre più violentemente contro lx proprix oppositricx. È la logica stessa della guerra: prosegue solo se hai nemici sempre freschi da combattere e da dare in pasto alla parte di popolazione soggiogata dai rigurgiti patriottici” (da: Alcune riflessioni, e un appello alla mobilitazione, in solidarietà allx compagnx arrestatx e inquisitx nell’operazione del 16 giugno).
Il 41-bis è una misura di prevenzione e non una condanna. Questo non è un semplice tecnicismo ma un elemento fondamentale per inquadrare l’arbitrarietà d’applicazione di un tale dispositivo. Infatti, se la condanna è espressa da un giudice il 41-bis, invece, è applicato da un organo dell’esecutivo. La sottoscrizione avviene a firma del ministro della giustizia in accordo con quello dell’interno. Non si possono però non considerare le condizioni detentive del regime speciale del 41-bis come una vera e propria condanna nella condanna. Infatti, il regime in questione è uno degli esempi in cui avviene de facto una trasformazione della “misura di prevenzione […] in una condanna vera e propria” (da Come un marchio di T. M. Pintus, in Pensare l’impensabile tentare l’impossibile). Una volta applicato il regime del 41-bis anche scontata la pena è possibile che questo non venga revocato. Va in tal senso rilevato come tale misura si può applicare ad una vasta categoria di persone, anche a chi sia semplicemente imputatx e non sia raggiuntx da nessuna condanna. Si configura come una misura a carattere amministrativo ma che ha evidenti implicazioni afflittive. Questo aspetto di ibridazione tra misura amministrativa e penale ricorda i tratti della detenzione riservata alle persone migranti ed inasprite dalla recente entrata in vigore del nuovo patto europeo sulla migrazione, tecniche di trattenimento/detenzione- come noto- mutuate da quelle che lo stato d’Israele infligge a palestinesi e non solo.
Utilizzare detenzione e condizioni particolarmente afflittive di carcerazione per colpire determinate categorie di persone al fine di ottenere consenso pubblico salda l’azione penale alla cultura della guerra che tanto imperversa dalle strade che abitiamo, sino a scenari apparentemente distanti. Ed è sostanzialmente l’operazione che si è compiuta con l’entrata in vigore del 41-bis nel 1992. La ratio iniziale del regime aggravato di detenzione era quella di spezzare i legami tra le persone ai vertici della così dette organizzazioni mafiose e queste stesse. Una forma di carcerazione che non ha mai tenuto conto delle diverse evoluzioni del fenomeno per il quale era stato partorito ma che ha visto la sua applicabilità, invece, allargarsi a ventaglio ed includere sempre più tipologie di persone considerate come una minaccia all’ordine dello stato. “Il nesso tra guerra e repressione interna, attraverso l’utilizzo della tortura, si salda subito dopo la Seconda Guerra mondiale, ma acquista un risalto ancora maggiore dopo lo shock dell’11 settembre 2001: un momento di cambiamento che vede mutare un intero paradigma rendendo meglio visibile quanto succedeva già prima” (da Il 41 bis è tortura di C. Barnao, in Pensare l’impensabile tentare l’impossibile). Il collegamento esistente tra detenzione, tortura e tecniche di guerra si rende ancora più evidente nell’ossessiva militarizzazione dei territori; una militarizzazione che passa dalla presenza di presidi di controllo, dalla disseminazione di telecamere, dalla produzione e la logistica bellica, dallo spargimento di contenuti delle mente che contribuiscono al permanere di un clima di sospetto diffuso. La detenzione si rende evidente strumento di guerra anche per la sua principale funzione di annientamento del nemico, costringendo la persona a negare se stessa.
Lo sciopero della fame di Alfredo, quello di altrx detenutx in sua solidarietà, le mobilitazioni che hanno squarciato i tessuti urbani di diverse città, le mobilitazioni con la Palestina, quelle contro la Leonardo fabbrica di morte, le mobilitazioni contro la devastazione delle “grandi opere”, ogni presenza solidale sotto le mura delle carceri e dei CPR, gli atti di boicottaggio e sabotaggio di questo mondo-galera rientrano tutti in una più complessiva opposizione alla guerra delle nazioni che affligge ogni angolo del globo. Ogni atto di repressione maturato da questi momenti di diserzione e contrasto è, dunque, da considerarsi come un atto di guerra contro ognunx e come tale andrebbe affrontato. In questo specifico quadro bellico si inseriscono le operazioni che hanno condotto alla costrizione di compagnx e marginalizzatx della società della produzione-consumo. Per questa ragione preme, ancora una volta, rilanciare la solidarietà con le persone inquisite nell’operazione del 16 giugno, rilanciare la mobilitazione contro il regime del 41-bis- rinnovato per altri due anni ad Alfredo- e l’ergastolo ostativo. Proprio poiché emblema della strutturale tortura su cui si fonda lo strumento fondamentale per il mantenimento della legittimità degli amministratori del potere, la detenzione.
La lotta contro al ponte sullo Stretto dovrebbe dispiegarsi anche nel campo della discussione contro la repressione, ma anche e soprattutto nell’agire solidarietà nei confronti di chi si trova investitx da quello che sembra apparire come il normale funzionamento della gestione del potere statale. I più recenti provvedimenti come i fogli di via e gli avvisi orali emessi dalla questura di Messina in occasione di manifestazioni di solidarietà sia per le persone inquisite dopo lo scorso uno marzo che con la Palestina dovrebbero allertare tuttx quellx cui non sia già accapponata la pelle agli arresti avvenuti dopo il carnevale no ponte dello scorso anno e la retorica cittadinista di alcuni pastori d’anime locali che mise senza pudore alla gogna compagnx di lotta stigmatizzandolx come “infiltratx da fuori”. Rivendicare le lotte di solidarietà è, dunque, una proposta per prendere parte ad una più vasta opposizione/diserzione a questo mondo cosparso di guerre cui mandante è il capitale e ad eseguirle sono le nazioni.
“Non si può contenere in quattro mura l’odio che proviamo per questa società, come non si potranno contenere nelle quattro mura di un carcere la forza e gli ideali dex nostrx compagnx. Portiamo nel cuore la stessa rabbia! La stessa rabbia di chi non è più al nostro fianco, ma vive nel presento di ogni lotta contro il dominio sull’esistente” (da Di barricate infrante e cuori saldi)
Bibi, Arnau, Nico, Ste, Micol, Pietro, Tony, Luna, Bak e Luigi liberx subito.
Con Alfredo. Con Nadia, Anna e Juan.
Con Sara e Sandro. Con tutte le persone inquisite nell’operazione ipogeo e nel quadro della repressione alla lotta contro il ponte.
Per l’abolizione del 41-bis e dell’ergastolo ostativo.
Per l’abolizione di ogni galera.
NO AL PONTE!